lunedì 4 febbraio 2013

Stencil - la carezza -



23.06.2009


Cadde la foglia,
d’oro smaltata, 
sul suo vestito fiorato.

La pianta, ora spoglia,
solo di muschio vellutata,
pianse sul vestito sfiorato.

E, viva, la voglia
esplose nei sensi.

Fin quando la foglia
-tra i fiori– sul vestito

nacque. 



(Ché le carezze talvolta fanno un tutt'uno con la pelle dell'altro.
Con le emozioni dell'altro. 
A quella carezza inimmaginata, 
a quella carezza ogni notte goduta).

mercoledì 30 gennaio 2013

Della notte, la danza (metafore a stento)




Il passo della notte è lento, come in un ballo le movenze son cadenzate, il tempo tenuto da un pendolo, l’orecchio teso a percepire l’attacco. Io, che ho sempre perso il momento. La notte è un’amica, da anni, che mi fa compagnia, che sceglie le note, il vestiario, le luci. La notte, questa notte, ha il tuo nome. 

Ha lividi grandi sulle gote, delle carezze mancate. Ha occhi chiari e che sanno parlare, sebbene il linguaggio del mondo non dica parole.  Ha rughe – scie di voli persi e (poi) presi – che sono esperienza, e labbra invisibili a baciare le cime. E’ un tetto, la notte, che sa proteggermi ancora. Quella carezza accennata nei giorni di inverno – il sentore di qualcosa di necessario e indicato – che diventa costanza – un tramonto, la sua alba, l’alternarsi di luce e buio -. E il suo passo non fa rumore. Si adagia, discreto, sul terreno che io stessa tocco. Mi tocca, la notte, senza che io sfiori mai la sua pelle. E’ madre, la notte, di noi. E mai ci seppe dire che sarebbe finita, mai ci seppe insegnare a non farci più male.

Ha le sembianze del velluto, la consistenza, poi la sensazione al tatto. Come potessi toccarla, la notte, e non farmi più male. E’ un cappello, nelle sere in cui piove fuori e dentro di me. Una mano, un sorriso, una trama. E mai ci disse il finale, mai seppe dirci di andare. Poi il giorno, il suo irrompere fiero nel letto, quello schiaffo che non riesci a schivare, il dovere che proprio non puoi evitare. 

No, non lo disse, la notte, che sarebbe finita. A me, che ho sempre perso il momento. E non lo disse perché sarebbe tornata. Nessun addio sulla soglia, solo un sorriso sfocato. Poi l'immagine, nitida, delle nostre mani a intrecciarsi. Tacque. Ché male poi non ci saremmo fatti, ché la fine nostra non avremmo ancora visto.

E andò ancora via - per poi ritornare - senza fare rumore, come una ballerina che, nell'uscita di scena, sa che mai smetterà di danzare.


(Metafore a stento, di un'emozione ancora sconosciuta)

martedì 22 gennaio 2013

E la musica? (ogni cosa al suo posto)






Matita sugli occhi, ché forse basterà a proteggermi. Le ciglia come scudi che non sanno difendere, davanti alle tue. Le parole camuffate, nel tempo, da convenevoli e frasi fatte: come stai? hai più fatto quel viaggio? il lavoro? e la musica? tutto bene, ogni cosa è al suo posto. E invece al tuo posto non c'eri, solo qualche tempo fa. No, non c'eri. Ti cercavo, senza conoscere neanche il tuo nome - che ora rende mute le mie corde, ché solo a pronunciarlo mi sembra di perdere una parte di te, soffiarti via come un respiro qualunque, espirarti e così smarrirti. Non eri, come ora sei, nella maglia intricata della mia sciarpa, non eri sul cuscino, sul mio viso. Non c'eri tra le mie parole, non eri nei miei gesti, nelle mie attese sfibranti e malcelate da un sorriso bugiardo. No, nulla, in verità, era al suo posto. Un filo di trucco a convincerti che non ho negli occhi già il tuo volere - lo stesso, complicato eppure spoglio di incertezze -, il profumo al papavero che adori - il tuo già sulla pelle mia-. Non eri fuori, sebbene fossi - sconosciuto- dentro. Non eri nodo tra i miei capelli - da districare così come i miei pensieri. No, non c'eri.

La frase era la stessa e gli occhi sempre quelli, la traccia che lasciavano, il loro sorridere quanto e più delle labbra. Ha un sorriso, pensavo, di quelli che guardarli soltanto è già un ridere insieme. Rughe d'espressione come rotte - del tempo trascorso, parzialmente nascosto - da seguire senza nulla domandare. 

Eppure una domanda da farsi c'era, ogni volta, mentre il silenzio gridava -muto- ciò che stavamo facendo. E allora, ancora: e la musica? Nelle casse, stordite da ritmi nuovi, intensi e sordi, il silenzio. Il disordine, figlio di un "non importa", era la traccia che lasciavamo di noi. Un disordine, pure quello malcelato - e mai truccato -, che avrebbe potuto parlare. Nessuna disposizione - di libri, di vesti, di parole, di sguardi-, nessuna successione - gli avvenimenti quando inevitabili -, nessun programma - nonostante le intenzioni -. Nessun criterio, nulla - dico, nulla - che fosse in ordine.

Solo una cosa, ora, era - son certa- esattamente al suo posto:


noi.


(Lasciatemi sognare)

lunedì 14 gennaio 2013

Quel sorriso qualunque (il filo di Arianna)




Di un istante appassito, del suo rifiorire a Natale.

Era una mattina qualunque, col sole smorzato da una pioggia discreta. Era stata una notte come tante, ancora incapace di luce naturale, in quello scenario che è Roma, naturale quanto basta a dar senso all’ornamento. Luci, ritagli di vernice bianca sull’asfalto, il filo di Arianna come percorso reale, una sola traiettoria-il dubbio è se partire oppure star fermi. Non sapeva, no, ancora non sapeva per quanto tempo sarebbe rimasta. I bicchieri della sera prima – uno sporco di rossetto- erano l’unica certezza che quel momento realmente era stato: tutto, si diceva, sembrava la messa in scena di una sceneggiatura. Da lei scritta, o da lei soltanto immaginata. Le calze – sfilate all’altezza del ginocchio- erano solo un dubbio: le sue mani, quella notte, l’avevano davvero sfiorata? E quelle chiavi, a penzoloni sulla maniglia del portone, erano forse un invito, un invito a tornare? Ma era soltanto una mattina qualunque, ancora appesa alla luna – suo malgrado, ancora lì, sfocata -, ancora una volta figlia della notte, ancora una volta madre del tempo. E di quel tempo avere ancora così tanta paura. Fu un istante – l’incrociarsi di eventi, di espressioni, di parole-, fu quella condizione inevitabile – sorridergli, senza che nulla potesse fermarla -, a dirle che era lì. Lì. In una mattina qualunque, dentro uno scorcio di Roma – più tua che mia - qualunque, in un Ottobre qualunque, in una serenità qualunque.  Ma era lì. Non importava l’ordine dei libri in libreria, la disposizione dei mobili, il freddo o il caldo della stagione, non importava null’altro. Ciò che davvero contava, in quel contesto qualunque, era che, dopo molto tempo, Amandine non si sentiva una qualunque. E quel sorriso – distratto, pure un po’ capriccioso – no, non era un sorriso qualunque.


(Guardare tutto con occhi sereni,
 per il tempo che sarà)

giovedì 10 gennaio 2013

Amandine

(Un anno e mezzo come vento)

Non c'era, negli occhi di lui, niente per cui valesse la pena rinunciarvi. Amandine era lì, davanti ad un tavolo che ancora dava spazio alla polvere - del tempo trascorso e poi dimenticato -, e non scorgeva nulla per cui valesse la pena rinunciare a quell'attimo, a quello stand-by necessario, logicamente conseguente. La pausa - la necessità - era quella di allontanare gli occhi di lui e guardare tutto, attraverso i filtri di luce del mattino, da un'angolazione differente. Una qualsivoglia distanza - come se la pelle non parlasse un linguaggio perpetuo e costante, indipendentemente dallo spazio - che le permettesse di essere razionale, di pesare le emozioni, i silenzi, le parole - maledette parole. No, non c'era. Non c'era un motivo, uno solo, che portasse Amandine alla conclusione - peraltro sensatissima, nell'assenza di criterio - che avrebbe dovuto chiudere la porta. E, con la porta, soffiare via la polvere - non del tempo che fu, ma di quello che era appena stato. Le impressioni di una mattina qualunque, marchiate sulla pelle come nei, dicevano abbastanza: la loro localizzazione come consapevolezza, a tradire il caso. Una logica matematica che la spaventa da sempre, un cerchio che si chiude perfettamente e il timore di non riuscire a rimanervi dentro. Corrispondenze. Le  risate. La paura - fottuta, pensava Amandine -. Il letto disfatto, la sveglia che, per la prima volta dopo molto tempo, non aveva un suono irritante. Era bello. Bello. E non trovava altro modo per descriverlo. E allora - rifletteva Amandine -, alla distanza, la lucidità, come una sorta di messa a fuoco, sarebbe tornata. Ma una miopia degli intenti impediva ogni razionalità: no, non c'era alcun motivo per fermarsi, per allontanarsi, per rinunciarvi. E, nella luce ancora ubbidiente del primo mattino, la polvere - il tempo, l'attesa - non diventava che aria, a danzare dentro un raggio di luce filtrato dalle imposte. Fu in un preciso istante, quello in cui con le dita spostò i capelli all'indietro - come a voler vedere meglio l'intorno - che pensò che sarebbe bastato un gesto semplice, consueto, a mandarla via. Bevve l'ultimo sorso di caffè, sorrise e finalmente aprì la finestra: via, pensava, via - il tempo che fu, altre mani, il non sapersi ancora - via.


(nell'illusione della verità)

lunedì 31 dicembre 2012





Pagine. Parole spiegate / di un senso sconosciuto.
Un anno come un'ora.
La fretta di somigliare all'altro.
Sul labbro tremano note - senza risonanza.

sulla pelle il gelo preme
sulle ciglia si poggia un volto - solo delineato.

Merletti e terracotta.
E poi ancora pagine. Spiegate e sconosciute.


Buon anno a voi.




giovedì 20 dicembre 2012

Adieu


9 Ottobre 2011
Ed in ogni giorno che mi aspetta, in ogni gesto di speranza, in ogni angolo ed in qualunque volto, cercherò – stringerò disinfetterò - la mano tua. E asseconderò il tempo che toglie – che mangia divora scompone - certezze.
Sarai, quando non ci sarai, sarai ricordo inciso negli occhi, di teneri istinti. Sarai, sempre sarai tutte le volte che non ti ho chiesto scusa, o quando non t’ho tenuto la mano. Sarai la bambina che sei, che non è mai stata figlia, e mai grande. Dell’amore lasci traccia. Della Vita tu hai il nome. E dal buio dei tuoi anni – o forse nitidezza, non lo so - dai tuoi tormenti, dalle lacrime e dai sospiri, me l’hai insegnata - donata e indicata -, la Vita.
In ogni giorno che mi aspetta, in ogni gesto di speranza, in ogni strada e in ogni volto, cercherò – ritroverò, carezzerò, bacerò- la mano tua.

A nonna Vita,
a nonna mia.

20 Dicembre 2012

"Passan sul prato nonno e nipotino.
Il nonno è vecchio, il bimbo piccolino;
il bimbo è biondo, il nonno bianco;
il bimbo è dritto, il nonno curvo e stanco.
Passan sul prato, dandosi la mano...
il nonno dice: «Presto andrò lontano,
Molto lontano, e più non tornerò!»
E il bimbo: «Nonno mio, ti scriverò »."

Filastrocca di Lina Schwarz

D'ora in poi, ti scriverò.


mercoledì 19 dicembre 2012

Vita




[Strade e tremori. Sulla scia del tempo si va delineando un nuovo ricordo. Fumo blu. Fotografie anni '50. La bellezza interrotta. Strade e patchouli. La tua crema-il mio senso di te. Donna e solo un'ombra, bimba ed è già luce. Le corse per tenerti stretta a me ancora un'ora. Cartine geografiche come anni. Strade. Strade come Vita.]


(E un altro vetro rotto.)

domenica 16 dicembre 2012

Cos'era (da "Blizzard of one")



I
Era impossibile da immaginare, impossibile
da non immaginare; la sua azzurrezza, l'ombra che lasciava,
che cadeva, riempiva l'oscurità del proprio freddo,
il suo freddo che cadeva fuori da se stesso, fuori da qualsiasi idea
di sé descrivesse nel cadere; un qualcosa, una minuzia,
una macchia, un punto, un punto in un punto, un abisso infinito
di minuzia; una canzone, ma meno di una canzone, qualcosa che
affoga in sé, qualcosa che va, un'alluvione di suono, ma meno
di un suono; la sua fine, il suo vuoto,
il suo tenero, piccolo vuoto che colma la sua eco, e cade,
e si alza, inavvertito, e cade ancora, e così sempre,
e sempre perché, e solo perché, essendo stato, era...

II
Era l'inizio di una sedia;
era il divano grigio; era i muri,
il giardino, la strada di ghiaia; era il modo in cui
i ruderi di luna le crollavano sulla chioma.
Era quello, ed era altro ancora; era il vento che azzannava
gli alberi; era la congerie confusa di nubi, la bava
di stelle sulla riva. Era l'ora che pareva dire
che se sapevi in che punto esatto del tempo si era, non avresti
mai più chiesto nulla. Era quello. Senz'altro era quello.
Era anche l'evento mai avvenuto - un momento tanto pieno
che quando se ne ando', come doveva, nessun dolore riusciva
a contenerlo. Era la stanza che pareva la stessa
dopo tanti anni. Era quello. Era il cappello
dimenticato da lei, la penna che lei lascio' sul tavolo.
Era il sole sulla mia mano. Era il caldo del sole. Era come
sedevo, come attendevo per ore, per giorni. Era quello. Solo quello.


(da Mark Strand: "Blizzard of One" - 1998, traduzione di Damiano Abeni, ora in "West of your cities" - a cura di M. Strand e D. Abeni - Minimum fax - Roma 2003)

martedì 11 dicembre 2012

Il était une fois




E se si potesse rileggere tutto, e rileggerlo a ritroso, invertire l’ordine degli eventi, cominciar dalla fine:

allora tu avresti gli occhi gonfi e lucidi, ed io il mio sorriso che maschera bene il pensiero. Avremmo nulla da dirci – "dopo" ore a declinare parole -, e un congedo formale per evitare gli addii. Poi sarebbero idee, ognuna intrecciata all’altra, di progetti futuri e carezze poco frequenti. Sarebbero conti di stipendi mai ricevuti, e un’ipotesi goffa della nostra casa e del nostro giro del mondo: io col mio sogno di letture e sceneggiature di altri senza scopo di lucro, come una beneficenza estetica di quella bellezza che è in assoluto, e tu con l’auto che hai sempre sognato, a convincermi che i tuoi ragionamenti sui raggi solari siano inconfutabili e dimostrabili – ed io a ridere forte di quanto sei buffo-. Poi sarebbe il tempo dei giorni a Roma, i primi, e dell’entusiasmo di andare. Poi ancora i nostri abbracci, di notte, a scambiarci promesse nell’incoscienza del sonno. Le tenerezze che dimentico. Il caffè la mattina. Lo specchio imbrattato di schiuma da barba, in casa mia, che non era la nostra. Tu che mi chiedi di leggere per te l’ultima cosa che ho scritto. Il vino troppo buono per lasciarlo a domani. Poi ci sarebbero le giornate di primavera inoltrata, col sole, su tappeti verdi d’erba fresca e lo scroscio dell’acqua a farci da nenia. Cogli occhi rapimmo un pezzo di cielo-cogli occhi custodimmo un solo desiderio. E poi l’ebbrezza di quella sera, la canzone che scelsi per te, la mia e la tua insicurezza a fondersi in forza. Guardarsi e riconoscersi, improvvisarsi istintivi, pelle sulla pelle. Fu quello il momento.

Se si potesse rileggere tutto, e rileggerlo a ritroso, invertire l’ordine degli eventi, cominciar dalla fine e all’inizio approdare, ora saremmo io e te, in un Aprile piovoso, a ridere forte promettendoci l’un l’altro niente più che un inizio. Un C'era una volta e c'è ancora adesso, in un tempo cristallizzato e che per sempre sarà fermo, un bacio francese ed una vecchia promessa.


Così che il ricordo di noi si faccia bello, 
e le promesse di oggi facciano meno paura.