- Ma tu ci credi? -
- A cosa? -
- Tu ci credi al destino? -
Era di luglio. Sui sanpietrini della città vecchia, tra incanalature e solchi profondi, abbiamo scavato nei ricordi: io, piccola e avvolgente, ancora intatta, appassionata come le favole, morbida e incauta nelle mie rotondità; tu, incastonato nelle tue mura, inviolabile e violato, bello di una bellezza ardita, inconsueta, acuta. Le strade ci hanno portato più su, dove l'orizzonte inizia a mostrarsi e un po' si piega, quando la luce del sole, scendendo dal colle, sembra tagliarlo in due. Come il nostro tempo, pensavo. Simmetricamente fatto in due dall'assenza e dai chilometri, eppure complementare a sé stesso e quasi provvidenzialmente recidivo.
- No. O almeno penso che il destino, da solo, non ce la faccia. Ma è bello giocare con te. -
Era d'agosto: mi guardavi coi tuoi occhi furtivi, come volessi rubare al tempo un pezzo di me. C'era la pioggia, e quel sentore che ti avrei avuto un giorno mio. Ma un'altra ti toccava, e la mia pelle si mimetizzava, confondendosi con la sua.
- La smetti di dire che stiamo giocando? -
Era Dicembre: nei vicoli le luci di un Natale frettoloso si erano da poco accese, e lungo i viali della città nuova brindavamo ai giorni a venire e ai sogni dei nostri bambini ancora immaturi. Non parlare, io ho paura delle tue bugie dicesti. Ma io non ti mentivo, e non mento ora. Baci morbidi e voraci, e poi saluti fugaci. Tutto quello che so è scritto nei miei occhi - piccoli pusillanimi specchi al contrario - .
- Tu non stai giocando? -
Era Gennaio e il destino, così lo chiamasti senza timore, ci fece incontrare tra balocchi e caramelle. Io no, non sto giocando, dicesti puntandomi il dito contro. Mostrai leggerezza, ma forse mi persi in un macigno di errori che saprei elencare a memoria: esserci, ancora e ancora; baciarti, di nuovo e più forte; toccarti, con le mani e col cuore; saziarti, anche solo con un bacio distratto: non dirtelo, scrivertelo, urlartelo, quando me lo chiedesti, che sì, io ci credo, ci credo davvero al destino.
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