sabato 13 febbraio 2016

Caffellatte e croissant (la similitudine)




Vai via - disse, e prese a camminare verso casa.

A te somigliano le onde di questo mare che, lento, quasi si volesse fermare, improvvisa una corsa verso terra. Un orizzonte stagliato in lontananza, una barca che costeggia l'invisibile. 
A te somiglia questa luce assopita delle sei, e questo suono, e questo vento odor dell'ambra. A te somiglia questo verso monco, endecasillabo o sola circostanza, che ha bisogno di altri fogli ed altro inchiostro, che ha bisogno di un modello da ritrarre e nuova luce ad illuminare le sue curve. Clorofilla e astrazione tra le dita, una penna che non scrive e sangue a schizzare le pareti. 
A te somiglia questo delirio acrobatico, di enjambement e metafore storpie. A te somiglia questa danza di parole atone e grafemi inconsistenti, a te somiglia la mia inadempienza, la mia assenza, la mia eterna malattia. 

A te somiglio e da te io fuggo via.

Divani a pois e vernici sbagliate per queste mura, un posto a sedere vacante e la sola idea di te che riempie tutta la stanza. A te somiglia questo inverno frettoloso, impaziente, in continuo movimento. A te somiglia questo non avere tempo. A te somiglia questo enorme ritardo. La pioggia di queste mattine, i malanni di questa stagione, le gioie che mi regalo, queste mie nuove letture, la mia curiosità mai paga. A te somigliano questi giorni di riordino e programmi ambiziosi, di te profumano queste ore di caffellatte e croissant, di te sorrido oggi, e per te, sai, attenderò domani. 

Perché tu mi somigli, vieni da me

e non lasciarmi mai.


mercoledì 23 dicembre 2015

Hibiscus (del fiore che eri, del fiore che sei)

(Hai sogni così piccoli, e mani troppo capienti per lasciarli respirare. Hai progetti così semplici, e risorse inesauribili, e fiato a sufficienza per raggiungerli)

Perché sei di nebbia, come i panorami migliori. Soffri di apnea, costringendo il tuo corpo alla resa. Madre senza figli, di una bambina intrappolata ancora tra le vene. Soffri di vertigini, ma non sai guardare che dall'alto. Muoviti piano, fiore frangibile dai petali multiformi. Proteggiti, quando puoi, dai forti venti e dalle fanghiglie scivolose. Sappi proteggerti, fiore in germoglio. Sappi fiorire, sappi fiorire di ogni colore. Che ti annusino piano, che sappiano coglierti. Che sappiano prenderti in una mano e mostrarti meraviglie ancora inesplorate. Che sia un nuovo giorno, nuove scoperte e visuali. Che sia solo il tuo odore. Che siano le sole tue foglie/forze. Curvati appena, a metà del tuo stelo, e non farti spezzare. Godi di luce, quando alla natura non potrai sottrarti. Godi di luce e impara a nasconderti. Petali come un tetto e foglie forti come il perdono.

mercoledì 2 dicembre 2015

2.12



"Augurarti l'insondabile, ancora, chè le vie della conoscenza sono infinite ma la ricerca dei brividi è una tensione morbidissima;
di sognare forte, ovunque si adagi il tuo sguardo,
come la formula di un medicamento segreto,
di imparare a nuotare, imitare l'evoluzione naturale dei pesci.
Senza pensare a nulla, allungarsi come un serpente, con un vento diverso tra il ciakolio delle ciglia,
di profanare il cuore.
Campi d'equilibrio, incontri, bandiere, appartenenze e tumulti sono passeggeri,
ovunque io vada, sei una parte di me, come un primordiale scuotimento cardiaco.

Sii felice, è il mio ammonimento.

Ovunque ti festeggerai, abbi stupore e cura di ciò che sei.
Buon compleanno ragazzina".

C.



Nel giorno del mio compleanno parole straniere ad intrecciarsi con le mie, taciute. Per il mio compleanno, in quest'anno di belle speranze e degni traguardi, sorrido.


Antonella





sabato 5 settembre 2015






"In principio tu ti siederai un po' lontano da me, cosi', nell'erba. Io ti guardero' con la coda dell'occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po' piu' vicino."





venerdì 21 agosto 2015

Tirai il colletto della camicia poco più su, aprii la porta e lo sorpresi col capo rivolto verso l'alto, in assoluto silenzio. La voglia era di ridere forte, il destino fu di sorridere appena.
- Ne ho viste di tutti i colori - pensai tra me e me - di notti claudicanti, appese al filo del tempo come lancette lente in attesa del nuovo giorno. Di albe e tramonti che non sanno distinguersi, e lingue voraci ad assaporare, di quel cielo, anche l'ultima goccia. Di tempeste calde e fulmini a scagliarsi sullo stesso lembo di terra. Di negativi di nubi gravide, dai contorni chiari e suoni reboanti. Mani ingorde a imprimere la pelle, ogni volta come fosse la prima. Odori e suoni contemporanei e febbrili. Già, ne ho viste di tutti i colori.
Ma di cieli così - mi dicevo sulla strada verso casa - di cieli così io non ne ho conosciuti mai.

Sulla mia testa, a distanze impensabili, uno spazio di cielo era dedicato a me. Intorno, oltre le cime delle colline, oltre la loro ombra, oltre il loro profilo scosceso, lampi di luce sembravano serrare il mio - esclusivo - spazio di cielo. Provavo ad indovinare una stella, la sua caduta, il mio desiderio, mentre migliaia di parole si aggrovigliavano in bocca insieme al fumo dell'ultima sigaretta. Svanite, pure quelle, in verticale.

E' che di cieli così io non ne avevo mai visti, eppure è vero, sai, ne ho viste tante.
Di penombre ed epifanie di luce, di salti nel vuoto e schianti improvvisi, di cieli tersi, di temporali improvvisi. Di stelle cadenti e desideri inespressi, di sorrisi educati, di proposte eccitanti, pugni in faccia e visi arresi. Scie di luce come tracce da seguire, e fili dorati a Natale, e cieli sgombri e cieli chiari e cieli invisibili e cieli, comunque cieli.

Ma un cielo così, giuro, non l'avevo mai visto.

giovedì 30 luglio 2015

Amara (che non possa mai fare rumore)






- Ho i brividi - aggiungesti, quasi senza aprire la bocca.

Qui. A raccontarti di arabeschi e voli pindarici, a dirti parole vuote, e a colmarle di baci. La lingua ha scelto una diversa via di comunicazione, come i gesti, stretti tra le braccia che non sanno ampliare il loro raggio, come volessero proteggersi e, di rimbalzo, proteggermi. Qui. A spiegarti che ora non c'è posto in questo cuore marcio, violentato dal tempo e dalle mancanze. L'assenza, prima o poi, diventa abitudine. E l'abitudine, sai, diventa tutto ciò che vuoi - tutto ciò che puoi -.
E allora sono di nuovo qui, a dirti che sarebbe bello tra di noi non ci fosse un domani, né promesse, né mancanze. A spiegarti - io, amara eppure, sai, così fragile - che ciò che può giovare non è che un bacio a cuori spenti (che non possa mai fare del male, che non possa mai fare rumore).

Ma le tue mani io le ricordo, e ogni notte le bramo, e ogni dì ne ho nostalgia. Di quei sensi intrecciati alle lenzuola, di un profumo appena percepibile e che sa di desiderio.

Qui, di nuovo, a stringere le tue carni sottili - e trovarle a volte inadeguate -, a sorriderti sommessamente, mentre poggio il mento sul mio palmo e ti racconto - mi racconti - del mio cuore marcio - del tuo cuore marcio - (che non vuol più fare rumore, che non vuol più fare del male). A spiegarti quanto sia facile per me non legarmi. A dirti bugie.

Perché le tue mani io le ricordo, marchiate a fuoco sulle anche, sulla linea della schiena, legate alle mie da un desiderio forte, sospese a mezz'aria dall'ansia del primo "forse".

- Ho i brividi, - mi guardavi negli occhi - dimmi come fai -.
- Ho i brividi, - ti guardavo negli occhi - dimmi come fai -.


E tenere a bada il cuore

prima che possa - Dio, se può - fare ancora rumore.