giovedì 4 dicembre 2014

Stoffa bianca








Poi il rumore dei suoi passi si sentiva in lontananza. Brevi, veloci. 
Era forse solo un miraggio, quell'immagine di sagome e ventiquattrore aperte sul pavimento, e libri e cassetti ancora aperti, e tavole imbandite di cibo e fiori - di fiori -. Era un tempo, quel tempo, di gomitoli districati e non da districare. Di piante rigogliose da non innaffiare. Finestre aperte, tanto fuori non c'è che sole. 
Ieri ho sentito i suoi passi. Avvicinarsi di soppiatto come fa il futuro. E ieri non è stata che una cerniera a chiudersi. Io, sarta dalle mani ferite e il cuore pure. Lei, la vita, tessuto caldo eppure scucito, strappato. Come mancasse ancora un drappo. Ne ho cercati, prima d'ogni altro posto, nei cassetti di questa memoria. A ricordar se davvero c'è stato un momento, prima d'oggi, in cui 'sto vestito si è irrimediabilmente strappato. Ne ho cercate di stoffe, pure nel presente. E ad ogni gesto mio di ricerca, il tempo s'è fermato. 
Ieri, per questo, altro non è stato che cerniera. Tra ciò che è stato e quel che è. Ieri, ancora una volta e per la prima volta, ho stretto nel pugno un cuore intero che da solo batteva anche per me. Come cerniera, uno spartiacque fermo oltre il quale non posso più guardare. Cerniera che chiude al passato, ferita rimarginata che corre sempre il rischio di riaprirsi. Di mostrarmi. Io, sarta dalle mani tremanti - sarta dalle mani amanti -. Ago e filo i soli strumenti. Una trama da cucire ed una da inventare. 

Stoffa bianca, la mia vita. Carta bianca, questa vita.


(Di un compleanno festeggiato.
Del mio compleanno, finalmente, goduto.)

giovedì 20 novembre 2014

Un altro caffè







Chi sono? Io sono quell'estate dell'88, fatta di garofanini e sempreverdi che, da terra, si innalzavano come braccia imploranti verso il cielo. Sono quel diario distrutto, violentato dalla forza delle parole. Sono quel giorno di Maggio, quando il treno - e non io - aveva una sola direzione. Avanti, sempre dritto, su binari che non danno scelta. Sono il traffico per le strade di Roma, sempre ferma eppure in movimento. Sono la corsa, l'incanto, la sbronza. Sono una notte di freddo sul lungomare di Nizza, quel sogno rubato da una cartolina a vent'anni. Io - lo riconosco - sono il vento che apre e sbatte le finestre al primo autunno. E sono la quiete, la luce, il calore. Non sono che questo/io son tutto questo.

Ho portato a spasso le mie gambe per chilometri enne. Sarebbe bastato - mi dico - fermarsi in un bar. Incontrare i tuoi occhi tra quelli degli altri, riconoscerli familiari - quel nero corvino che non ho mai nemmeno intravisto -. Sarebbe bastato - mi dico - fermarmi e pensare. Che male può fare, tra vino e tabacco, un'allucinazione d'amore compiuta? Può fare di un male, di un male vorace. A mangiare la carne, a rosicchiare pelle e vene come bestia affamata. Fa male, può farlo. Può fare del male.

E io, io chi diavolo sono? Sono la pioggia, quando suona il si bemolle. Sono quel tavolo rotto, in disuso da anni, retaggio di una vita passata che non pare la mia. Sono le passeggiate in bicicletta, io sono l'acqua - lo scrissi -, sono la spina sullo stelo, il petalo penzoloni nel vuoto. Sono il fiore, talvolta io sono il fiore. E poi tutti i nomignoli che ho avuto, gli schiaffi che ho preso, quelli che ho dato. L'odore di bruciato, la primavera, il selciato. Io sono una lettera sempre incompiuta - la firma, la data - mai ricevuta. Io son tutto questo/non sono che questo.

Ed ho ascoltato milioni di frasi, arroccate l'un l'altra, portatrici di unico messaggio: censurata, la libertà del mio dolore. Violentata, ancora una volta, da mani che non sanno toccare senza fare del male. Ché il dolore, eh, ha una sua maledetta dignità. E sarebbe bastato - mi dico ancora - rispettare me stessa. Sarebbe bastato, dopo un caffè e una sigaretta, restare in quel bar - mani tra i capelli - ad attendere ancora quegli occhi corvini. Basterà - mi dico di nuovo - basterà, dietro un tavolino che solo attende te, prendere ancora un altro caffè.

(Sono odore di caffeina, attesa strenua, pagina bianca, carezza di prima mattina).

giovedì 13 novembre 2014

Passerà (ironia della sorte)


Riprendo, oggi, il filo del discorso. Un filo che si dipana lungo tutto il mio cammino. Fatto di attese, perdite, nuove consapevolezze. Rinascite.

Non l'ho mai rimpianto, io che son figlia di Amore e Venere e non conosco forma d'amore diversa dall'amore. Accavallo le gambe mentre la radio passa Adesso è facile, e l'odore del caffé mi taglia in due l'olfatto: nell'altra narice passa odore di vita - senz'altro messa a tacere, prima di queste settimane qui -. Riscopro cose scritte qualche anno fa, quando nell'incertezza di un Novembre nostalgico mi affrettavo a pensare a Natale, malcelando il dolore di pacchetti non più da confezionare - e ne incartavo di nuovi, mai consegnati e mai contraccambiati -. Mi sorprendo a sorridere pensando a vecchie diatribe, mangio un dolcetto fatto apposta per me, poi mi rimetto seduta accanto ad un foglio e una penna che sembrano star lì ad aspettarmi. E gli occhi son sereni, oggi, sebbene lucidi. Vi si leggono, oggi, consapevolezze tarde e pochi rimorsi. E rido, pensando ai teoremi urlati che i miei timpani hanno dovuto tollerare, o all'ignoranza acerba di chi ha una vita impegnata ma della vita non conosce che impegni. Rimetto in ordine le coperte - fa freddo, in questa casa nuova e ancora sgombra ma calda d'amore - .

23 Novembre 2011

La chiamano ironia della sorte.
C’era motivo per andare via, mi dicevi in uno degli ultimi venerdì d’estate. E’ facile, pensavo tra me e me, lasciare andare tutto in Agosto. Trovar calore in altro modo, non sentir freddo mai, non nelle attese, neanche nelle mancanze. Trovare negli angoli di questa città una via d’uscita. Negli angoli. Nelle strade buie e senza uscita di Roma vecchia vedere un’uscita. Avanti, sempre dritto, una luce in fondo ci sarà. Pensavo, di nuovo pensavo tra me e me che è facile, d’estate, prendere altre rotte, puntare nuovi territori da esplorare, nuove voci da ascoltare, culture diverse a mescolarsi con la propria. Ma non in inverno. Ché col freddo gelano anche i sensi, e ci si scalda solo coi ricordi. Pensavo ai profumi: quelli no, non muoiono col freddo. Resistono, sulla linea sottile dell’olfatto, sotto il naso, sulla bocca. Diventano sapori. E reminiscenze sepolte eppure eterne, a risvegliare le dimenticanze.
Sarebbe stato difficile, pensavo, sarebbe stato difficile non sentire la tua assenza dietro un odore, dietro una voce, sotto una coperta, in inverno. Pensavo che sarà del mio Natale, delle carezze attese per giorni e sempre appese alla finestra, ad aspettare un tuo ritorno.
La chiamano ironia della sorte se, sul lungomare di Nizza, un venerdì di quasi sei anni fa, ci abbracciavamo per la prima volta. Se per anni ho atteso che tu tornassi, ogni venerdì. Se mi hai baciata sulla porta di casa, di venerdì. Se un venerdì qualunque sei andato via.
La chiamano ironia della sorte e mi vien da sorridere se, per un nuovo volto, un qualunque volto, ho atteso ancora che fosse venerdì. Ed attendo. Un nuovo mare, un odore, un nuovo abbraccio, un sapore, un nuovo bacio. Una luce.
Per le stesse strade. Lungo nuovi scenari.
In un Novembre che inverno - e freddo - non è.

Passerà, mi dicevo del dolore solo qualche tempo fa.
Passerà, mi disse qualcuno qualche tempo fa.

Nemmeno è arrivato, sai, che è passato già.

lunedì 13 ottobre 2014

Io sono voce





Sulle stesse strade - diceva - su queste strade non passa mai nessuno. Di cieli tersi, qui, non vi sono che fotografie. Scrisse lunghe lettere e mai confessò a chi. Parlò lingue in disuso, perché il suo messaggio fosse ancor più prezioso. 
- non hai che vent'anni - qualcuno le disse, sotto la pioggia.
- non hai che una voce - lei pure rispose, malcelando sarcasmo. La pioggia le si gettò come furia sul costato. Ho tempo - pensava - per imparare a difendere me. Il cuore compresso, alimentato di sé. Un ombrello a pois, a donare fantasia ai giorni. Non vedo, non sento, pensava fra sé. I sensi tutti impotenti, gridavano - muti - attenzione. Poi le labbra - le labbra - si facevano secche, ché le parole, a vent'anni, non son che un di più. E di donna non hai che la forma, ancora solo accennata. 
La luce soffusa le regalò un po' di pace. Eroina di una virtus sconosciuta, a lottare con le decisioni di un fato mai abbastanza giusto. Mai abbastanza onesto. Che freddo, a vent'anni, quando ancora cerchi risposte. 
Non hai che vent'anni, bambina, e un sorriso che può aprirti tutte le porte. Avrai piedi e scarpe rotti, e fronte crucciata, e viso provato. Non avrai più domande, e rossetto a dar vita alle labbra. Incontrerai cieli tersi, e strade mai a riposo. Sarai solo una voce, e con quella - solo con quella - tutto potrai.

La pioggia, mentre scrivo di me a vent'anni, mi si getta forte sul costato. Non imparerò mai - penso - a difendere me. Non imparerai, bambina, a difendere te.
Ma saremo una voce. E con questa - te lo prometto - tutto potrai.

mercoledì 8 ottobre 2014

(Epiloghi come scommesse. Vinte. Epiloghi che sanno di inizio e mai di fallimento. Sotto il vestito, odor di pelle da baciare. Sul viso riconosco e curo le rughe di ciò che è stato. Ora che il futuro ha cambiato veste, ora che il futuro - finalmente - mi somiglia,

sorrido.
S - o - r - r - i - d - o).

martedì 23 settembre 2014

Inciso

Di passi lontani, l'incertezza dei sensi. Ho fame - pensavo - dei suoi sordi respiri. Sei fame - sentivo - e dolcezza ormai saggia. Hai bocca - tu - hai mani hai pelle odore - la voce - che a me sanno parlare. Di vene il tumulto, nei battiti stanchi di un cuore che riprende a pompare. L'assenza-presenza che è in me esistenza. Di ogni volta che ho taciuto, di ogni volta che ho mentito.

(Ché ciò che voglio ha da anni cessato ogni cammino. Ché ciò che ho dentro ha un nome che non so davvero pronunciare)

Di labbra il colore. E lunghi baci immaginari. E discorsi chiusi in una scatola.

Da regalarti la prossima estate.

lunedì 1 settembre 2014


--> 7 Aprile -  18:11

"Sono diffidente con le persone. Non credo possa esistere un rapporto limpido e trasparente, sgombro da bugie e sotterfugi. La mia paura di perdere le cose e il male che, come dici tu, mi faccio da sola. Poi ci siamo noi. Io e te. Una delle poche cose al mondo che mi fanno avere fiducia nella vita, nelle persone, nell'idea che la felicità non debba avere necessariamente un prezzo. Io e te. Mia. Guenda. L'arancione. I Radiohead. L'albero di natale sulla porta, a Pasqua. Il vino. I telefilm. Le notti calde e serene. Ingrassare d'amore, come fossimo incinti di sentimento. La tua danza del ventre. La gioia che mi hai dato ieri, venendo con me. L'idea di unire il mio e il tuo armadio e vestirci insieme nei giorni a venire. Pare assurdo, a volte, che tutto questo meraviglioso esserci non abbia un prezzo. Ed è questo il mio più grande limite: la convinzione che tutto debba deludermi, facendomi pagare così il prezzo dei giorni felici."


<-- 7 Aprile - 18:17

"Io ti amo"


Se fosse una cena, questo, sarebbe il momento del conto. 
(Salato. Ma per metà, stavolta, già pagato).

venerdì 1 agosto 2014

L'analogia sghemba





[...]

Ma scrissi pagine sbieche, frasi oblique di una obliqua mancanza. Scrissi in corsivo, perché obliqua fosse l'andatura. Marciai di lettere, lungo una strada bianca che a nulla avrebbe portato. Cantai di eroi quotidiani e di quella carezza-madre che è più di un'eroina. Incisi di grafemi roccia muta, facendola parlare. Constatai che a nulla sarebbero valsi chilometri di parole, ma volli ancora scrivere - ché tanto, mi dissi sottovoce, quel che scrivi tu lo senti già -. Ma rivelai a me cose che mai la mia mano avrebbe pensato di scrivere. Profeta di un reale illusorio, a fingermi padrona del mestiere davanti ad una tastiera - che se fosse calamaio avrebbe dove altro immergersi, piuttosto che annegare in gocce di lacrime mie -. E sarebbero - pure quelle - lettere sbieche, frasi oblique di una obliqua mancanza.

- Cosa mai scriveresti, qualcuno mi chiese, se nessuno ti avesse mai ingannato? -
- Il dolore è ispirazione, l'inganno è solo un impostore. -

Mai scrissi del carnefice, io scrissi solo e soltanto del dolore. Mai commentai fatti accaduti, mai raccontai i tranelli, le malattie e gli imbrogli. Mi feci strada nell'alfabeto cercando lessico e forme linguistiche appropriate. Io mai - mai - scrissi o dissi quale fu l'inganno. Ma scrissi. E son state - pure quelle - lettere sbieche, frasi oblique di una obliqua mancanza: perché si percepisce di traverso, attraversando ogni parte del mio corpo. Un taglio di precisione lungo la carne, dall'angolo dell'occhio, al tallone mio che forte non è stato mai. E allora scrivo in corsivo, perché obliqua sia pure l'andatura: di questo ragionare perpetuo e sfiancante che ha nome Passato e che mente, mente spudoratamente: 
                                                   
                                                           ché a passare, questo qui, non passa proprio mai. 


[...]

lunedì 30 giugno 2014

Shh







Scrivemmo lettere senza indirizzi: la nostra penna la voce, il nostro inchiostro nient'altro che cuore. Scrivemmo lunghe lettere e mai sapemmo individuarne destinatario, sia questi l'amante di ieri, sia questo il futuro solo sognato. Raccontammo storie di romanzi letti a vent'anni - che a pensarci, paradossalmente, sembran trascorsi altri vent'anni. E invece la vita è ancora tutta qui, sui nostri palmi. A presentarsi col nostro nome a ogni stretta di mano, a concedersi come una carezza, ogni volta che abbiamo voglia di sfiorare altra gota. Ecco, la vita si disegna - si materializza - ogni volta che le mani compiono un gesto: la penna stretta tra le dita; l'anello che qualcuno, un giorno, ti ha donato; la coccola di tua madre appena sei nato; lo schiaffo in faccia che a dieci anni ti hanno dato; la mano sulla fronte a coprire la luce del sole - troppo forte per questi occhi umani, troppo bella per questo sguardo che oltre non sa proprio vedere -. 
Scrivemmo lettere e non perché altri le leggessero. Le scrivemmo, in cantina, perché la vita - quella creatura così fragile - in qualche modo venisse custodita. Riempimmo spazi bianchi coi grafemi, con la cura che si concede solo alle cose che ami. Colorammo di parole il nuovo giorno, perché avessimo sempre delle risposte, qualunque domanda ci facessero. Fu breve - molto breve - il passo tra le lettere e il silenzio.

- Shh - ricordo mi dicesti, appena sveglio.
- Shh - risposi io ridendo, quasi avessimo terminato le parole. E ascoltammo, per ore, un silenzio asettico, intermezzato da flebili bum del cuore - stesso ritmo, stesso andamento -. Morimmo, forse solo per un attimo, guardandoci. (Forse la serenità vera, mi dissi, è nella quiete. Forse l'amore, quello pieno, è solo nel silenzio).

E scrivemmo lettere senza indirizzi: penna e inchiostro, e mai più una voce. Scrivemmo lunghe lettere indirizzate a noi. Sapemmo leggerle. Sapemmo farcele bastare. E potemmo, ogni mattina, morire solo per un attimo, per ricordarci che la vita è ancora tutta qua.





(di quella voce amica che oggi merita - ancora più di ieri - un po' di "silenzio")

martedì 10 giugno 2014

.


E il foglio resta bianco, a raccontare ancora tutto ciò che manca.