sabato 22 marzo 2014

Sentire sordo (prove a teatro)

 
Le ombre - come mostri - tornano a svegliarmi. La finestra filtra luce buona, di quelle che predicono giornate luminose e lunghe. Poi le ombre - come mostri - tornano a svegliarmi. Il viso è pulito, sebbene il sogno abbia portato schizzi di acqua misti a fanghiglia dai quali avrei dovuto proteggermi: pioggia battente sulle gote mie già umide, io che mi somiglio appena - nella notte - e fatico a mantenere asciutta ogni emozione. Assisto alla fretta del tempo come corpo inerme e devitalizzato - dente che morde, che afferra, che gusta, senza avvertire alcuna consistenza-, mentre l'odore del caffè anestetizza pure l'olfatto. Non sento. Odo - esclusiva - la musica che ho sempre ascoltato. Pure il tatto - ciò che mi permette, ora, di manifestare, attraverso la tastiera, questa asetticità completa - stenta a percepirsi. Eppure le gote - già umide di pioggia - sono spazi bianchi da riempire. Truccate/mascherate quanto basta a non lasciar passare nessuna emozione. Oggi soffro di un sentire sordo.
E' che i mostri - ombre, suoni, parole e materia - son tornati a svegliarmi, questa mattina. Il mio corpo caldo - di un calore necessario e involontario - non ha reagito. Ha ripetuto geometricamente i passi di ogni mattina. Tutto è geometria, pure queste righe. E il male che mi fa concepirle prive di emozione.
Ma la finestra filtra luce buona, di quelle che predicono giornate luminose e lunghe, alle sue condizioni. E fortunatamente della geometria non hanno che definizioni.
 

(L' incapacità davanti al foglio bianco e l'inventiva che non regge, dinanzi ad emozioni contrastanti. Mi fingo impassibile, soggetto di una finzione narrativa sopravvalutata. La penna non chiede che movimento. Scrivere è sempre Passato ed io, per la prima volta - come un trionfo ambito da troppo e del quale oggi si intravede il traguardo -, comincio a guardare al futuro).

mercoledì 12 febbraio 2014

Tlin






Un tlin. Poi l'inizio di una nuova vita.
Gocce come istanti che insieme abbiamo legato - sembrava indissolubilmente - l'uno all'altro, e lancette che nessun altro compito avevano, fuorché scandire un sentimento. Farne un ritmo costante sul quale avremmo scritto musica e parole, e danzato, mai stanchi, lungo i corridoi della paura di perdersi. Ma avremmo scritto e danzato, come danzatori esperti - che di vita e strada ne abbiamo entrambi piene le tasche - e, come danzatori esperti, non ci saremmo fermati sul primo incespicare della musica. Lo avremmo fatto - decidemmo - lasciandoci guidare dall'altro. Ma manca, in questo ballo, la libertà di lasciarsi andare totalmente all'altro. Manca, in questo brano, la sicurezza che l'altro - muovendosi, tra pirouette e salti, braccia tese e poi ancora chiuse in un abbraccio - possa riuscire a non fare nulla per deviare l'altro. Per ferire l'altro. Manca.
E tanto altro abbiamo, compresa un'idea - ancora bozza - del futuro. Il pensiero comune che la felicità sia dormire nel nostro abbraccio. L'opinione - la stessa - sui progetti andati in fumo del mondo.

Un tlin. Un altro ancora. Poi le domande che ci si fa quando il passo, nel ballo, pare essere davvero più lungo della gamba.
Gocce come istanti che insieme abbiamo cucito - la pazienza dalla nostra - l'uno all'altro, e lancette che nessun altro compito avevano, fuorché scandire il nostro sentimento. Un ritmo, musica e parole. Poi danza. L'ennesima e la meglio riuscita di tutte. Danzatori esperti ma ignari delle paure dell'altro, a muovere passi sul cornicione unico delle proprie paure. Aver paura, no, non lo si sceglie. Si sceglie soltanto con chi condividerla. Si sceglie un abbraccio fra tutti, un sorriso fra tutti, uno sguardo fra tutti. Si ipotizza che questi possa comprenderla, poi alleviarla, senza nessuna pretesa di farla scomparire del tutto.
Manca, in questo ballo, la consapevolezza che il dare, in questi casi, prescinde da ogni cosa. Manca, in questi passi, un passo incontro all'altro, nella speranza che stia meglio.

Ma il nostro, no, non fu un ballo. Perché un danzatore sia tale, non può permettersi la paura. Fu un sentimento - che comunque dalle gambe partiva, e che, con le gambe, ci fece rincorrere il tempo, e contare i secondi, e raggiungerci in ogni posto a qualunque ora. Fu un ritmo. Che talvolta pare impossibile da tenere. Manca, oggi, la certezza che la tua voce comunque ci sarà, che il tuo braccio comunque mi guiderà, che i nostri passi comunque all'unisono si muoveranno. Manca il compromesso, l'unica coreografia compiuta dell'amore. Oggi c'è silenzio. Né danza, né movimento. Oggi che tutto sembra fermo.

Oggi che quel tlin mi pare eterno.

giovedì 6 febbraio 2014

A





Nelle rubriche della vita, dentro l’abbraccio stretto delle pagine, in una successione di volti e di voci, di cifre e prefissi che la memoria non riesce a conservare intatti, i nomi non sono che indirizzi senza mura, e gli indirizzi nomi che non hanno volto. 

Il dito, appena inumidito dalla mia saliva, segue le linee della penna come fosse il filo del telefono e ripercorre, passo dopo passo, telefonate perse e ricevute, parole che bisognava tacere, frasi di circostanza non adatte a quella determinata circostanza, espressioni di rabbia dimenticate, frasi perentorie ed altre implorate, dichiarazioni d’amore e addii. Tutto ha un nome qui dentro – pensavo -, e tutto ha importanza per un tempo definito e che si fatica a definire. 

Vibrava, sulla schiena, una sensazione di perdita e nostalgia che un nome unico, no, non ce l’ha. Che dovessi classificarlo, ordinarlo, catalogarlo, non saprei trovare iniziale. Saprei trovare un indirizzo. Forse due, forse tre. Ma un nome unico, quello no, non saprei darglielo. 

Nelle rubriche ancora intatte - malgrado i display possano, senza inchiostro, riprodurne di identiche- c’è ancora spazio per altri numeri, identità da localizzare, da bloccare, da fotografare. Ci sono felicità ormai scordate, malgrado la vita possa, senza memoria, riprodurne di nuove e mai identiche. Tra quelle lettere,  anche il dolore ha un nome. E un numero di telefono, e un indirizzo. E un volto e una voce. Quelle lettere, che altrimenti altro nome avrebbero, sono grovigli di parole ammuffite, sintetizzate e poi riordinate. Di quelle che la memoria non vuole conservare intatte e che il display, all’epoca dei fatti, ancora non poteva riprodurre identiche. 

Tutto aveva un nome, qui dentro. Ma i nomi, qui dentro, non sono che indirizzi senza mura. E gli indirizzi non sono altro che nomi senza volto. Vibra, all’altezza dello sterno, un’emozione di conquista e di serenità, che una definizione sola, no, non ce l’ha. Che dovessi ordinarla, catalogarla, classificarla, non saprei trovare iniziale diversa da quella del tuo nome. Con un indirizzo da dividere, quattro mura, e il mio e il tuo volto esattamente a metà.

Alla lettera A.

domenica 5 gennaio 2014

Lontano

 
 
 
 
Viste da lontano, queste strade, sembrano rimpicciolirsi. E i margini convergere in un unico punto.
 
La prospettiva, quest'illusione vigliacca che ha più nomi, aspetta movimento. Come si potesse scampare al pericolo dello sguardo, alla sua lungimiranza, alla sua violenza. Come si potesse vedere la fine, e solo e soltanto quella: un punto di arrivo che sia saldo, un viaggio che valga la pena fare, zaino in spalla e sorriso in faccia. Alla distanza, le forme son deformi, e tutto ciò che pare di un verso è esattamente di quell'altro. Son scelte e possibilità amare, talvolta dolci e rare, son chiodi appesi alle pareti. E il quadro è lì vicino, che vuole solo farsi guardare.
 
E' che, viste da lontano, queste strade, sai, son tutte uguali. E pure questa mi par di averla già percorsa: vento forte e zaino in spalla, - allora - ancora col sorriso in faccia. Il punto di vista, quest'illusione ottica che chiamarla così è un debito alla mente, varia eppure è sempre uguale.
 
E' che, visti da lontano, anche noi sembriamo unirci in un unico punto. Lontano.
Ma c'è un'illusione vigliacca che ha tanti nomi e due gambe da guidare: ché non è vero che l'asfalto va restringendosi e i margini toccandosi.
E' la mente la sola ad immaginare. E il cuore l'unico a camminare.
Zaino in spalla e sorriso in faccia.



A quest'anno neonato che ho solo sfiorato,
alla fine della fine
e a tutto ciò che ne sarà.

lunedì 9 dicembre 2013

Freddo bianco






Le mani si poggiavano sul costato, a cercar di guarire il dolore che le parole appena udite avevano provocato. Le mani, le stesse, tremavano di un freddo bianco. Figlio di un amore ancora troppo giovane e non più neonato. Sentivo, al di là delle tue grida, un sottofondo, sempre lo stesso - solo più basso -. Tra gli spazi vuoti di parole una lama andava a ferire l'amore che provo e le prove d'amore, così come un assassino fa con la vita: non più un solo respiro e tutto ciò che è stato farsi in un secondo sequenza di immagini, farsi in un secondo solo passato. Le mani intanto tremavano ancora e lo sguardo si perdeva nella scia della tua ira: tu, uomo cresciuto e ancora bambino, davanti a me, donna da un pezzo e ancora bambina. Le mani - che fredde, le mani - imploravano attenzione. E non riuscivano a curare la ferita più grande: scoprire d'aver creduto da sola nel nostro domani.
Ti dissi, una volta: se uscissi di qui, dimenticherei la strada del ritorno. Che freddo, qui fuori.  E dei gatti ho solo i capricci. Le mani. Le mani ancora sul costato, arrabbiato e affranto in egual misura.

Mi guardo intorno per l'ultima volta, in attesa - di nuovo - che passi l'inverno. E questo freddo bianco.

venerdì 22 novembre 2013

(Con) l'ago e il filo delle attese






Notte. Notte di quelle notti che stringono la gola, assassine di quella libertà che da poco ho conquistato. Notte puttana, di quelle che se ne andranno presto e pure a caro prezzo.

Ho rattoppato strappi larghi, e con l’ago e il filo delle attese ho tessuto abiti adatti ad ogni stagione, ad ogni umore, ad ogni occasione. Ripiegato il volto verso il basso, a sentir tutta la pesantezza dei pensieri. Ordinato i libri in ordine di lettura e rilettura, seguendo la linea temporale della mia vita come una cucitura. (Tener uniti i pezzi non è mai stato il mio mestiere, saltimbanco del disordine e della disavventura, io, come un’artista di strada ad esibire fallimenti, e travestiti da ornamenti: che il dolore ci fa belle è una bugia, di quelle che si dice quando gli occhi, la bellezza, non sanno nemmeno vederla più).  In dosso drappi di altri anni, quando il mondo si credeva lì ad un passo e del mondo, invece, non si conosceva che quel passo. Andatura svelta e breve, con quei piedi da bambina. E così, anni dopo, ho rattoppato strappi larghi, e con l’ago e il filo delle attese ho creato i miei momenti, e con l’ago e il filo delle attese ho intessuto mille trame. Di stoffa e di parole (quotidiane).





Tema
Vi parlo di me stessa
"Io mi chiamo Antonella, questo nome me lo hanno dato appena sono nata. Mi hanno chiamata così perché è un nome che piace molto a mio padre e perché, anche se lo hanno un po' cambiato, mia nonna si chiama Antoniella. Adesso io ho otto anni e frequento la terza elementare. Io ho gli occhi verdi-marroni e i capelli biondi e lunghi. Non ho segni particolari, ma un hobby io lo ho: è quello di inventare e cantare canzoni e inventare poesie e saperle recitare. Infatti passo molto tempo a scrivere su vecchi quaderni poesie e canzoni che poi canto e recito [...] "


Notte. Notte di quelle notti assassine, che con una mano stringono la gola, con l'altra il tempo. Notte puttana, di quelle che tutto danno e tutto portano via: è questo il loro prezzo.



venerdì 25 ottobre 2013

(Non è che il mondo sia più sicuro)






Non è che il mondo sia più sicuro, vincolato a realtà inevitabili, preso com’è a sorreggere il giorno, affranto com’è dal peso dei guai. Non è che il mondo sia più sicuro, è che scopro – stupita – la voglia di fare. 

No, non è un posto tranquillo, e visto allo specchio non si crede migliore. Vigliacchi e sedicenti salvatori del mondo a metter le mani nelle tasche degli altri. Dicevano – tra i banchi, ricordo – questo mondo è qui affinché tu lo cambi. Ma bruciano gli occhi – non voglion vedere – e mani a coprire lo sguardo, per mascherar non il volto ma lo scempio del mondo. Coprirlo, questo corpo stuprato, dipinto dai fumi e nei fumi ancora violato. E questa omertà chiusa a chiave nelle cas(s)e somiglia alla resa del nemico incapace, quando l’arma non è uno strumento, ma la sola (libertà di) parola. Promesse di morte fin dentro la terra. La natura domanda pietà, ché tanto c’ha dato e tanto le è stato negato. Dicevano – ricordo – questo mondo è qui affinché tu lo cambi. E appunto, non è che ‘sto mondo ora sia più sicuro, è solo che amarti mi fa riscoprire migliore, è solo che amarti mi rende padrona. Di un piccolo, pulito, onesto pezzetto di mondo. 





"Non è che il mondo
 sia più sicuro –
eppure, nell’oscurità, ti
 addormenti al mio fianco, e quando
 ti desti, la giornata inizia con
 te; stupita e irrequieta,
 come un primo mattino.
 Fare colazione o l’amore.
 Pronta al riso,
 alla discussione e alla sorpresa.
 Non è che il mondo
 sia più sicuro. Solo questo –
c’è che amo il tuo sorriso."

 Mary Dorcey

venerdì 18 ottobre 2013

Inchiostro blu (II)


 


 
 
(E poi chissà che vuol dire scrivere. Aggrovigliarsi come un gomitolo e sciogliersi, poi, attraverso un canto, una liberazione che è gabbia e insieme libertà, un dimostrarsi finiti e infiniti allo stesso tempo, uno scorgersi astratti, nonostante la carne. Un'emozione. La peggiore, e la più bella di tutte. E chissà cosa vuol dire non riuscire più a farlo, e volerlo, e non riuscire più a farlo).
 
E con la tua musica sì che si scrive. Come una tana, un posto caldo dove raccogliere le idee e filtrarle, attraverso note e vibrazioni. Ecco, io lì mi rifugio, quando il tempo reale non basta e il tempo scandito dei tuoi battiti - che percepisco ancora, malgrado le distanze - è lì, deciso, in attesa di un cammino che ne segua il ritmo. Ed io ci cado, ogni volta, come fosse la prima volta. Ché la magia non sta nella sorpresa in sé stessa, ma nella ripetizione dello stupore, ogni volta come fosse la prima volta.
 
E' lì. E' lì che ritrovo chilometri di lettere - gettate a caso in un percorso astruso, sì, ma intenso - da combinare, mischiare, amalgamare. Nude come solo le lettere sanno essere, amanti come solo le parole sanno amare. Desiderose di unirsi, in qualche modo, e di precipitare - come pioggia -  sul foglio bianco. Così che la musica diventi tangibile, senza spartiti e senza strumenti. Così che i sensi possano ancora parlare. Ancora.
 
E sento, ogni volta come la prima volta, nello stomaco, premere e filtrare, entrare, fino a governare i miei pensieri e i miei movimenti, migliaia di parole che fanno confusione, e rimbombano e sbattono contro le pareti della ragione. Un percorso, un filo logico, quello no, non è detto lo si trovi. Ma trovo, ogni volta come la prima volta, un nuovo motivo per scrivere.



(Non un punto esclamativo ma un punto e basta.)


giovedì 12 settembre 2013

Quel fiore rubato al giardino del mondo






Seguire, col dito, il tuo profilo su una fotografia. Aver abbastanza ore per scrivere, dopo tanto tempo. Non sentirmi in colpa se resto in silenzio, io che son figlia della quiete e troppo spesso la tradisco. Aver voglia di essere donna, ancora. Percepirti ricordo ora che sei qui.

Mi dicesti c’è distanza. Poi gli sguardi incanalati al cono d’ombra lì davanti, un po’ di luce a render chiaro ogni sospetto. Fu breve il passo dall'ipotesi al concetto. Residui di progetti e attenzione massima ai dettagli, intenzioni contrastanti ma vincenti, l'idea di far dell'altro quell'eterno irrinunciabile. Ma il tempo, quel ladro, rubò a noi l'innocenza. Premette sul costato. Fece forza sul cuore. Ancora malato. Ancora.

E di nuovo seguire, col dito, il tuo profilo su una fotografia.
Sentire, d’un tratto e per un momento appena, il diritto di strapparla. All'altezza delle labbra, per non essere interrotta. Percepire lo scacco del tempo, il suo muoversi tra le pieghe dei giorni, di soppiatto, come solo i veri ladri san fare. Scoprirmi più forte, malgrado le lacrime spese. Smetterla con le ipotesi e iniziare con le pretese. Amarti ancora e mai abbastanza, in questa stagione appesa insieme ai panni ad asciugare, ma che stenta a tornare.

E di notte seguire, col dito, il tuo profilo su una fotografia: carezze sugli occhi, la curva del naso, la tua bocca rosata, quel fiore rubato al giardino del mondo. Mi feci ladra come il tempo, e come il tempo fui cauta, e come il tempo, in un lampo, rubai ogni cosa di te. 

Poi ti dissi c'è distanza. E fu breve, molto breve, il passo tra l'ipotesi e il concetto: il dubbio ad insinuarsi nella ferita ancora aperta che ho sul cuore, poi la certezza dell'inganno a violentarlo ancora, 


questo cuore.

(E il battito che accelera, se solo penso a noi)