Io non l’ho vista: questa luna che ha deciso per una notte soltanto di staccarsi dal suo cielo. Eppure dietro la sua luce - m’è parso di capire - si intuiva ancora la sua casa. No, non l’ho guardata: eppure varie volte ho fissato il cielo, nascosto dietro i palazzi di questa città dove tutto è offuscato dalle luci artificiali e dai rumori meccanici delle auto in movimento. A cosa serve andarsene, pensavo, a cosa serve allontanarsi se ogni passo riconduce sempre a casa. Pensavo che c’è un cielo per tutti, ovunque siamo. La luna no, la luna pensa ai fatti suoi. Se è qui non è altrove, se dal suo cielo si staccherà avrà una casa a mezz’aria, sospesa, senza fondamenta alcune, sorretta da un soffio. O dalle braccia timide – e che non si faranno scorgere - del suo cielo. Pensavo che stupida, stasera, la luna. Si allontana ma già sa che tornerà. Lei che ha mille sguardi e mille spalle e non riesce a voltarle mai.
E allora immaginai di cadere, l’altra notte. Dal cielo. Di staccarmi dal mio cielo e farmi creatura sola. Immaginai sogni grandi farsi puntini minuscoli e mai pensati, lucciole a luce continua ma sempre più tenue. Immaginai di scrivere per la prima volta frasi crudeli, indirizzate a te: sognai l’anima liberarsi dei suoi tarli che, nel tempo, son diventati macigni. E di dirti tutte le cose che un cuore ferito ti direbbe: codardo, vigliacco, vergogna, bugia, rispetto, amore mio. Pensai che, come la luna, un giorno, andai via dal mio cielo. Andai via e il cielo iniziò a piangere. Una pioggia così forte, il temporale dei suoi occhi. Stava solo annegando la vergogna. Annegava - cercava di sopprimere - il senso di colpa, che mai avrebbe svelato.
Ora un’altra sigaretta. Nebbia nella stanza quanto basta per ricoprire tutti i ricordi appesi alle pareti, che se quel giorno fossero crollate che danno avrebbero fatto in più. Altre macerie a graffiare la pelle, ferite profonde quanto basta a sanguinare, e poi saliva a disinfettare pure l’anima.
E allora immaginai di cadere, io, improvvisamente, dalla parete più curva della sua pelle. Cadere. Come cade una foglia in pieno autunno, stremata dalla resistenza sotto il sole, distrutta dalle intemperie che ogni giorno le succhiano vita, esanime, rassegnata. Pensai che di quella pioggia avrei riempito un catino fino all’orlo, per poi rovesciarlo forte sul tuo volto. Come a toglierti di dosso le impurità che il rancore che ti porto ha generato. Come a dirti ehi, tu che non avevi sbagliato mai, tu che avevi sogni grandi nella tasca della mia giacca, tu che sorridevi forte ad ogni mio sorriso, lavati la faccia. Risveglia la coscienza ora dormiente, solleva questo strato di polvere che hai sugli occhi, di’ per una volta almeno la verità: che si sbaglia – io sbagliai, sbagliasti tu – e che non si pecca mai ad ammetterlo. Toccami le mani – col pensiero, che sia forte – e dimmi che di tutto il tempo – ad arrotolare il filo di un discorso che sembrava avere una lieta conclusione – è rimasto un attimo in cui mentire no, non serve. Dimmi che sotto lo stesso cielo di stanotte abbiamo costruito fondamenta buone per dirci che ciò che siamo – indipendentemente l’un dall’altra – non crollerà.
Pensavo che stupida, stasera, si allontana ma sa già che tornerà.
Pensavo che stupida, mi allontano e so già che mai più ritornerò.
(A __, per le bugie che so e che non gli rinfaccerò. Farò solo finta non sia esistito mai.
Anche la delusione ha la sua dignità.
Per A., che spero riesca a farsi amare davvero. L'amore non è mai una colpa.
Per te, presente e futuro da raccontare.)