venerdì 27 aprile 2012

Amore, coltello




Accade quello che forse sapevi già sarebbe accaduto. Accade. Senza possibilità di ritorno. Perché non è vero che lo si crea. Il futuro accade. Ci viene a prendere un giorno qualunque, ci fa suoi schiavi. Le possibilità, quelle per cui a lungo hai riflettuto finendo quasi sempre per agire d’istinto, prendono la forma dei rimorsi. Perché più volte mordono la carne, perché lacerano il corpo dell’anima in modo irreversibile. E’ così, non si sceglie la strada da percorrere, neanche gli occhi da guardare. Una notte accade che, nel bel mezzo di un temporale, ci si domandi cosa si sta facendo, come se le gocce che il cielo scarta fossero mille possibilità sprecate, come potessimo vederle cadere. Cadono. E con loro una parte di te.

Il nostro finale, quello per cui ancora oggi scrivo, non lo narrai mai: “non ho tempo di aspettare, non ho tempo per dubitare, io non ho tempo per soffrire, non posso permettermi il dolore”. Come fosse un premio, come se, in qualche modo, anche il dolore in fondo bisogna guadagnarselo. Non meritammo quei pianti, non meritammo neanche quel letto, non meritammo i nostri sguardi. Non meritai forse io le tue mani su un’altra. Non meritasti tu le mani di un altro su me. Ma lo dicesti, che non avresti amato nessuna come hai amato me. La verità è che ameremo mille volte ancora, e forse di più.

Ho tagliato i capelli -per riempire le ore in cui da sola avrei pianto-. Ed ho scritto centinaia di pagine -per dare modo all’inchiostro di sostituire la voce-. Non ho avuto parole – non ne ho ancora oggi- per raccontarti intero. Ho preservato te, nel tempo, dalle ingiurie e dai rimproveri facili, ho protetto me dalla possibilità di guastare il ricordo di un meccanismo perfetto. E’ che non permetto all’amore di essere coltello, non permetto alla gioia di divenire fardello. Non permetto all’assenza di divenire sofferenza, quando la si è scelta. Il dolore è tale quando annulla tutte le varianti, la sofferenza è vera solo quando azzera ogni certezza. L’amore che finisce non è mai definitivo, l’amore si rinnova, decide solo –improvvisamente- di cambiare direzione al bivio.

Accade. Accade, nel bel mezzo di un romanzo, che la vicenda prenda una piega inaspettata, accade che d’improvviso ciò che era dato per certezza assoluta diventi il primo dei dubbi. La goccia, altra possibilità morta che fa sì che il vaso trabocchi. Il vaso – l’anima, il cuore, le tue vene -, impegnato com’è a vedersi riempire, costantemente sazio, ad un certo punto non regge più il peso dell’acqua. Affoga. Lui, che può contenere ed esplodere senza finire in mille pezzi, si sente –intatto e pieno- in frantumi e svuotato. Delle verità, della legge fisica per cui quella goccia riempirà un altro vuoto, della legge dei sensi per cui ad un tlin corrisponde l’ennesima sconfitta.

Il futuro accade. Io, a braccia aperte, lo attendo.


(Uno sguardo al passato, con le mani tese in avanti. 
Con il pensiero rivolto a quel sorriso che da pochi mesi, 
in un modo o nell'altro, rischiara i giorni miei).

venerdì 20 aprile 2012

Impronte (di cosa hai paura?)




Un’altra impronta sul seno. Un’impronta nel seno. Nodo intricato di certezze velate.

Bisbigliavi, e con le ciglia tue miravi la strada che conduce al mio mattino. Non vedi – quando stremata è l’attesa del mio ritorno – che è lontano da noi ogni incontro, non vedi, oltre le ciglia, il ricamo del tempo sul mio volto? Le tue parole, assurde di un’ostinazione che non tedia mai, rincorrevano ancora una volta la scia dei miei perché. Perché è facile dirsi che tutto è già scritto, è facile dirsi che l’amore è lì dietro l’angolo e aspetta, è facile colpevolizzare il destino e scrollarsi di dosso ogni rimpianto. La verità è che si scrive ogni giorno un nuovo giorno, di quello che mai si sapeva o s’era letto.

Bisbigliavi – lo facevi velocemente- imprimendo sul mio corpo le tue impronte digitali. L’identità tua offrivi alla mia pelle, come un regalo meritato che si aspetta di poter fare da sempre. Poi mi chiedevi – mentre con le mani intrecciavi caucciù - di offrirti uno spazio tra le pagine mie. "Vèstiti di me", sembrava mi dicessi. Ma troppo stretto fu il vestito del tuo profumo per la mia carne che ha ancora freddo. La mia carne che non sa più tremare, in questo tempo che corre eppure è ancora fermo a te. Perché è semplice dirsi che si può stare anche senza, è semplice negare di provare per paura di provare, e ancora più semplice è lasciar andare ciò che ci spaventa.

Bisbigliai. S’era fatto giorno. Accanto ai miei libri il tuo sorriso immerso nel sonno.
"Ho paura", sommessamente dissi.
Bisbigliasti – lo facesti piano – : “di cosa? Di cosa hai paura?”
I tuoi occhi attenti - lame ad intagliare la sagoma tua dentro il mio sguardo - sapevano già che vedo il terrore nello scavarmi dentro. Che ho paura d’amare e di essere amata. Perché, sai, amare vuol dire sempre, in qualche modo, finire. Ma tu hai inciso il senso come graffito che poi resta, hai sciolto il ghiaccio di un freddo che devasta. E l’essenza mia che -stupida- si ribella all’attrazione, sconosciuta, verso l’anima tua.

Ma qui, sulla mia pelle, impregnata del tuo odore – miele e arancia, misti a vaniglia -, premono e scavano e sanguinano ancora le tue impronte digitali.

sabato 14 aprile 2012

Sono acqua




Sono acqua. Sono fiume che non stanca. Sono il tumulto, la goccia, la riva. Sono i detriti sul bordo, la siccità dell’estate, il ricordo smorzato del suono dell’acqua corrente.

Persi la rotta. Nel mare tormentato di una spiaggia del sud io persi la mia pelle. Ritrovarla, ormai impregnata della sua salsedine, sempre più appartenente e appartenuta, a cosa sarebbe mai servito. Ritrovarla, indossarla come un vestito rammendato, dell’anno trascorso, ormai deteriorato, a cosa mai sarebbe servito. Ma quella lì, quella lì era la mia pelle. La voce dell’estate, calda come solo le voci del passato scaldano, si prendeva gioco di me. Era quello un invito a tuffarmi dallo scoglio più alto e provare l’ebbrezza di cadere nel vuoto, io che son anni che tengo ben saldi i piedi per terra. Un’illusione svelata – d’improvviso - dal rumore dell’acqua. Il mio corpo nell’acqua, in una sordità che è quella di oggi. Io sono nell’acqua. Come non fossi mai nata.

Ho la sensazione di non aver mai sentito un odore – e del tuo non saper l’essenza -.
Ho la sensazione di non aver ascoltato mai voce diversa dalla mia – e della tua non saper la cadenza -. 

Persi la rotta in un giorno di luglio, col vento a scompigliare i capelli e i pensieri a volare più in là. Persi un amore in un vortice stanco, l’ennesimo risucchio di una vita che stanca non è.
E fumo e sabbia con le ginocchia ho raccolto, genuflessa davanti un altare che di preghiere ne ha dette ben poche, davanti a quell’altare che ancora si chiama tramonto: l’unico istante in cui la fine è un sorriso, che entra negli occhi colorando un epilogo. 

Ho la sensazione di non aver visto mai luce – e della tua non aver mai brillato -.
Ho la sensazione di non aver mai toccato – e dalle tue mani di non aver mai avuto-.

Un pugno di ricordi svaniscono oggi come sabbia nel mare. Un pugno di ricordi gettati nell’aria. 
Che sciocca, come se potessi ancora respirare. 

Io sono acqua.


(che una volta che passa è già passata/o)

giovedì 12 aprile 2012

Sei (e non lo sai)




Senti il vento? Mi porta via da te.

Era ieri. Erano i giorni dell’incontrarsi senza sapersi affatto, erano i giorni del caffè al ginseng e delle carezze degli occhi. "Sei bella", sembrava mi dicessi, "hai occhi buoni", l’intento mio di dirti. Le mani -maledette mani–, smaltate di bordeaux, tenevano tra le dita l’ennesima sigaretta. Pensavo brucerà anche questo istante e, nell’aria, si disperderà nel fumo, nel fiato delle parole a metà, non tornerà.

Lessi un romanzo quel mattino. Lessi un romanzo di quelli che hanno macchie di sangue tra le pagine e pieghe agli angoli a ricordare un passo che sembra essere proprio. Di passi – di passi sulla strada – ne feci molti. Di frasi spezzate, ancora incerte, ne scrissi a milioni. Io, io che non somiglio affatto a ciò che scrivo, cercavo nelle pagine un dettaglio, uno solo, che mi conducesse a te. Dove erano quegli occhi che il giorno prima mi tenevano stretta come fil di ferro? Di una violenza all’anima immotivata, di una violenza sottoforma di carezza. 

Ostacolai i giorni, mi arrampicai sulle pareti della paura, pur di non ammettere che, in quel vento, trasportata dalle tue mani, c’ero dentro. Dentro fino ai capelli, dentro con tutti i tacchi, dentro fino a dentro gli occhi tuoi. Con i miei scattai fotografie di te, quando, con l’aria assente –quasi drogata-, toccavi il mio viso dicendo che sempre da quel momento in poi l’avresti fatto, che sempre saresti stato carezza sul mio volto. Tra i miei passi stentati e i passi così sicuri di quel romanzo – che lessi attentamente, ritrovando ad ogni sillaba un verso tuo,- mi fermai, consapevole dell’errore che è la paura. E allora ad occhi bassi - ancora muti, taglienti di quell'emozione che divide in due lo stomaco-, pensai di dirti e dissi che, quel vento, mi avrebbe portato presto da te.

E ancora una volta, io che non somiglio affatto a ciò che scrivo, provai a scrivere. Sarà stata l’aria di aprile, con i suoi profumi e la sua ritrosia a soffiare caldo, ma non mossi penna. Tutto ciò che avevo scritto, l’avevo scritto sottopelle. (Che tu. Tu sei. Sei carezza. Uno sguardo attento che finge incuranza. Sei -e non lo sai- rewind di immagini a cui non riesco a dare un filo –che sia logico e durevole-. Sei -e non lo sai- sei fiato e poi pausa, sei riflesso deformato dalla mia luce, troppo lieve. Tu sei l’attimo in cui – per due secondi almeno – torno ad amarmi. Sei la pace, il mio sospiro, l’intervallo, la nota giusta. Tu sei ciò che non avevo avuto mai. Io, io che cerco dietro le parole il senso della vita intera, sono tutto ciò che non riuscirò a scrivere mai.).


"Si conobbero. Lui conobbe lei e se stesso, perché in verità non s'era mai saputo. Lei conobbe lui e se stessa, perché pur essendosi saputa sempre, mai s'era potuta riconoscere così".
Italo Calvino 

martedì 3 aprile 2012

Di presenze vive/o




Al nodo della sua cravatta legai il mio profumo. Come a dire “portalo con te”, come a dire “sono con te”. 


Diventasti carta bianca per la mia penna, udito buono per le mie parole, compagnia perfetta per un viaggio che sarebbe stato senza te. Nel mio viaggio, annotavo distrattamente cosa -di me- vedevo nei luoghi che toccavo. Poco prima, sulla stessa strada, avevo lasciato le mie paure nella tua tasca, perché tu le proteggessi. E allora ogni panorama era dentro, senza che io avessi timore di andare.

Poi. Poi con le mani arrugginite dal tempo ordinavo i vestiti. La simmetria diveniva l’unico criterio per mettere in ordine gli anni: disposti in fila, clochard nella mensa della memoria, figli di nessuno a cercare un nome. E’ che i ricordi non sempre si addomesticano, nonostante i tentativi ostinati della mente. Si addormentano, si quietano, ma non s’addomesticano mai: c’è un momento, mentre i piedi alternano i loro passi sull’asfalto, mentre al supermercato ci si trova davanti quel prodotto -proprio quello lì-, mentre si percorre la stessa strada di anni fa, in cui, improvvisamente, il passato torna presente. E brucia la carne. Penetra le ossa.

Ritorna una voce che scolpiva l’aria d’azzurro.
Riavvolge una stretta autentica e fiera.
Partenze e tiepidi ritorni; passi alternati e incerti
e poi il suo volo troppo veloce per me.
Mani e pensieri che si intrecciavano lungo un’autostrada
e un diario di bordo che portava il suo nome.

Ora il tempo copre gli odori, l’essenza dell’oggi prende il sopravvento, “dovresti raccontarmi cos’hai fatto finora”, poi “sai? la pelle ha cambiato profumo”. Accorgersi –per il tempo che è una stretta di mano- che le mani non cambiano mai, hanno qualcosa che solo gli occhi hanno: invecchiano, come la pelle tutta invecchia, ma il loro segno distintivo è il modo. Il modo di guardare. Il modo di toccare. La pelle no, la pelle cambia e non rispetta ciò che sei stato. La pelle è involucro anche per questo, quasi mai è espressione del dentro:

Poi un pianto_il suo.
Perché il pianto di un uomo non si può dimenticare;
rimane arpionato all’anima_e intorno è silenzio.

Un nodo alla gola, le lacrime sue. Mi dicevo “fosse questo un addio, piangerei con lui”. E invece le nostre mani –che non cambiano mai-, le nostre mani sono – a distanza- silenziosamente legate.


Al nodo del mio foulard legò il suo profumo. Come a dire “portalo con te”, come a dire “anch’io sono con te”.

Flyinlife
&
Eteronima

All'eleganza e alla discrezione di Flyinlife, 
al suo coraggio di donna, alla sua sensibilità,
a quel nostro modo di sentire che ci ha fatto scoprire similitudini.  
Grazie.

lunedì 26 marzo 2012

Col senno di poi



Scrollarti di dosso ogni rancore/correre ancora tra gli ostacoli sempre fermi dei tuoi guai/seguire la rotta giusta, tra altre cento che non sai dove ti porteranno/avere poco fiato nella gola, ancor meno nei polmoni. 


E’ arrivata la primavera in un istante, mentre il cielo ancora cospargeva il suo presepe di bianco. E’ arrivata, sorda come poche, donna severa che non vuol sentir ragioni. Le tue, poi, a che servon più. Tu che sei donna per il solo senso che ha far la differenza, tu che sei madre senza aver figli, tu che sei figlia a metà.

Che suono abbia la mia voce, in questo giorno che non somiglia per nulla a quelli già vissuti, in questo giorno storpio, che guarda alle cose col senno di poi. Ad occhi nudi, senza teli color amaranto a proteggerli dal pianto. Ad occhi nudi e brillanti, senza alba né tramonto. Che volto abbia ora il mio corpo, quali sono i motivi per i quali ad ogni risveglio, chiudo nuovamente gli occhi e mi condanno. Sotto questo cielo, da una prospettiva deformante (che non sia così la realtà, mi domando) un giorno claudicante chiede una mano da tenere, che accompagni al sonno, che tenga sveglia questa luce. Che conduca ad aver senno di poi.

E allora tu, tu che sei donna e non lo riconosci, tu che hai tra le mani un sogno comune a tutti quanti, tu che ti tormenti spremendo un’emozione che a poco servirà, tu che rimandi a poi la razionalità del dire e fare. Tu che stanca non sei mai, se sulla pelle qualcosa ancora trema. Tu che vivi per vivere la vita alla pari con quello che senti dentro. E, dentro, ancora calma, la tua voce si fa viva tra i tuoi guai – che pure curi, attenta – finendo per addormentarsi sul letto caldo della noia. Ti culli, sola. Poi rimbocchi le coperte e ti dai la buonanotte. Tu sei donna. Sei figlia a metà di una solitudine che non se ne andrà, lei no, non se ne andrà.

Che suono abbia la mia voce, oggi che è rauca di un malore simile ad un pianto. Che suono avrà domani questo giorno fatto eco, ricordo assopito ma mai morto. E che suono avranno tutti i miei errori, nel farsi sunto col senno di poi. Mentre, ancora sorda, la primavera, mi sbatterà in faccia la realtà. Lei, donna severa che non vuol sentir ragioni. Tu, figlia a metà di una solitudine che ti sei scelta, lo sai, molto tempo fa.



"Certo che ti farò del male. Certo che me ne farai. Certo che ce ne faremo. 
Ma questa è la condizione stessa dell'esistenza. 
Farsi primavera, significa accettare il rischio dell'inverno. 
Farsi presenza significa accettare il rischio dell'assenza".
Antoine de Saint-Exupéry

venerdì 23 marzo 2012

L'istantanea del tempo (delle banalità)






-"Dimmi qual è l’attimo in cui, all’improvviso, sole e terra si incontrano e, col cielo, diventano colore unico. Dimmi se c’è un attimo solo, in mezzo a questa sequenza sconfinata di istanti, in cui qualcosa – d’improvviso – cambia.

Era il tempo a non aver peso, in quei giorni che, tra le pareti di una stanza, restavano appesi. Corpi esanimi nell’ambiente sordo di una sola camera, forme circolari che sempre chiudevano il cerchio delle sensazioni, che dal dodici partivano e al dodici tornavano. Senza deviazioni, lancette costanti e di una noia confusa spesso con la compiutezza. (Sembrava tutto circolare ordinatamente, e tutto somigliare alla forma circolare del mio anello –segno di grazia e d’appartenenza, sottile ma immortale -. Sembrava. Fu forse un inganno, una lama a doppio taglio, il sentore di avere tra le dita oro vero. D’altra parte, quel sentore, altro non era che l’inconsapevolezza di indossare una fede di cartapesta. Una fede – un anello, un gioiello - che cedeva lentamente alla malleabilità. Tra le mani tue lo stringevi, facendo forza. Tutto, disordinatamente, tornava ad avere la propria  forma reale. Non più circolare). Il tempo, evaporato nel caldo di una notte di passione, tornava a battere forte per finire ancora una volta sul dodici. Cercavo punti di raccordo tra la partenza e l’arrivo, un punto saldo, qualcosa – un istante, un attimo, un solo momento – a cui aggrapparmi per ricominciare ancora.

A fatica distinguevamo il giorno dalla notte, a nervi tesi ci arrampicavamo sulle ore, che veloci scorrevano sullo schermo luminoso di un nuovo orologio. (Ma io la notte la possiedo, dentro, in fondo. Ho buio nelle vene, buio pesto, e del sangue che, alla cieca, vaga da ogni parte. Velocemente, non si arrende. E lotta, maledizione, lotta ogni dì coi mutamenti). Perdevo l’orientamento, non riuscendo più a scindere il piacere dall’errore. L’errore di vivere il tempo dell’altro e di non farne mai parte. Perché in due correvamo sulla stessa linea del tempo, a distanza, ognuno perseguendo una meta diversa.

E allora cercavo un istante, un secondo, il momento in cui buio e luce si incontrano, l'istante preciso in cui i colori si fondono, così come i nostri corpi avevano fatto, così come le anime nostre si fondevano ora:
- “Dimmi qual è l’attimo in cui, all’improvviso, ci si incontra e si diventa colore unico. Dimmi se c’è un attimo solo, in mezzo a questa sequenza sconfinata di istanti, in cui qualcosa – d’improvviso – cambia.”


- "Questo. Tra poco sarà notte, sai?"







[...]

lunedì 19 marzo 2012

Dama Primavera (delle banalità)





Sulla tua spalla la testa mia si crogiolava, in attesa di un nuovo vento. Che portasse a me un nuovo profumo. La primavera, col suo sorriso di luce, illuminava tutto ciò per cui io vivo. Nel cielo, una scia mi ricordava della possibilità di percorrere tratti interminabili in poche ore. Mi ricordava quanta strada avessi dietro le spalle e quanta ancora da percorrere. A braccia conserte, accanto a un corpo che non ha malizia d’essere, gli occhi miei si perdevano, ancora una volta, ad osservare il cielo. 

Ma non è quello il mezzo per raggiungerti, non si tratta più di velocizzare i passi. In questo giorno che è una festa ma che sembra un dispetto, io ti sento respirare in ogni colore nuovo, nella corsa del tempo, al passaggio di testimone di ogni stagione, nella lotta continua tra la pioggia e il sole. Ti sento vivere nei miei passi, quando la strada si fa più dura e le gambe cedono alla stanchezza. 

E poi, in questo giorno che pare un dispetto, la primavera, con la sua eleganza, raffinata come una dama, arriva a prendermi la mano. Mi indica ciò che vale la pena cogliere, come un fiore appena sbocciato che pare offrirsi a me incondizionatamente, bello di quella bellezza che non solo è visibile, ma che è tale da manifestarsi anche all’olfatto. Ma, nell’indicarmi il fiore, la primavera mi ha sfidata. Ché è troppo distante il suo stelo, ora. Ché il suo odore non arriva a me se non grazie al vento. Quel fiore, una volta già mio, mi guarda ora da lontano. 

Che tu sia dentro il vento che mi carezza i capelli, o nella luce che fa di questo giorno un tempo buono per sentirmi libera, che tu sia questa dama gentile che da pochi giorni è arrivata, percorrendo un tratto lungo un anno intero. Che tu sia tornato, in questo giorno di primavera, in forma di emozione inosservata. Che sia stato tu, oggi, a passare su questo cielo, e a ricordarmi che c’è la possibilità di cogliere quel fiore. A ricordarmi che c’è, sì, c’è la possibilità di percorrere tratti interminabili in poche ore. 



(Per un amore che mi ha donato la vita. Auguri, papà.
Per la vita che, forse, mi sta donando un nuovo amore.)



giovedì 15 marzo 2012

Amaryllis



Faccio il danzatore per l’emozione che è danzare. 
Faccio l'acrobata per l’emozione che è l’equilibrio:





"Sono in una sala affollatissima, c’è gente che balla. Un tango o un valzer, con la giusta andatura ed i vestiti adatti. Gonne lunghe e spacchi audaci, è un nuovo carnevale. Hanno pure la maschera sul volto, i ballerini. Hanno una maschera che copre la forma degli occhi e camuffa le espressioni. 
Si danza, sul finire della notte, come nell’ultimo ballo di mezzanotte. Volti cupi, l’assenza totale di ogni emozione. Ma il tango è passione, sul filo dell’equilibrio diventa quasi un canto, è il corpo a prender la nota giusta. Qui, dove c’è musica, tutto è cristallizzato. Sebbene tutti, in ordine e simmetricamente, si muovano.

All’angolo della sala da ballo – accanto un amaryllis – ci sono io. Pare che gli altri non mi vedano e che io possa invece guardare loro. Ci trovo del ridicolo nei loro passi certi e così – di sensi – acerbi. Come se dietro ogni passo non ci fosse che un muscolo, e dietro il muscolo un input qualunque, dietro quell’input il cervello. E no, mi dico, no. Se possiamo danzare –se possiamo provare-, se possiamo esprimere attraverso il volto ciò che sentiamo – se davvero ci riusciamo – val la pena, dentro la musica, esserci. Esserci. Diventarne parte, suonarla.

D’improvviso, tra mille volti e abiti di scena, un viso familiare fa capolino. Era ora, pensavo, che anche tu ballassi. Era ora che ti presentassi così come sei, contornato di ornamenti, un tutt’uno con l’artificio d’essere. Sulla nota più lunga – vibrata, potente – i tuoi giri si perdono. Segui il tuo ballo come in un circo, sei l’acrobata monco di un numero già visto. Il pavimento – liscio e lucente –, come un filo, sa per te di insicurezza. Ma non c’è paura di cadere, non c’è timore di perdersi tra i passi. Dietro la maschera, anche il tuo volto è cristallizzato. Io, accanto ad un amaryllis, sogno di essere una musica – che piano arrivi al suo udito, che scenda poi nel costato, che tracci sul suo volto nudo l’espressione di un sorriso-. Come fossi ad occhi chiusi, come ti arrendessi al fatto che, in quella sala da ballo, la danza è un susseguirsi di passi, un mero conto, un processo meccanico in cui decidi che sarà il tuo corpo a comandare. E no, mi dico, no. Dietro il ritmo, nell’ondeggiare dei corpi, dietro la maschera, sulla fronte, possibile tu non senta uno straccio di emozione?

Tutto è cristallizzato. Accanto, un amaryllis. Dell’eleganza, esibita su di un palco come il più palese dei trucchi. Della fierezza, che in me si nasconde e in voi si offre, nient’altro che la maschera vigliacca di un volto che non ha niente da dire. Della timidezza, che avrei dovuto – mi dico- avrei dovuto raccontarvi."


Sono un danzatore per l'emozione che è la danza.
Sono un acrobata per l'emozione che è l'equilibrio.
Io sono un amaryllis, in scena non so stare.  
Sono un fiore, per l’emozione (rac)chiusa nel mio odore.
Io, io sono solo una donna. 
Una donna che ama per l’emozione che è amare. 



[...]


mercoledì 7 marzo 2012

L'alfabeto delle note




Freme, tra le corde vocali, freme e canta - suo malgrado nel silenzio -, quello che avrei voluto dire.

Un pianoforte darà armonia al tempo, ed il tempo troverà lancette lente. Un pianoforte asseconderà i tuoi passi, e sulla scia del tempo i miei inseguiranno il domani. Che non sia mai stanco, mi dico e spero, e che questo giorno non appassisca mai, mi auguro. Auguro a me che questa sensazione – simile a quella di un singhiozzo, o al suono della corda di violino che si spezza, che stride forte e arranca, che s’abbandona all’alfabeto delle note – sia per me presagio. Ché un’interruzione serve a poco, se non a ricominciare.

E mai avrei voluto dirti che c’è altro, ora, con me. Mai avrei voluto dirti che vivo bene, che le ferite si rimarginano, e che i loro margini non erano poi così ampi. Spazi nuovi, pelle a sufficienza da ferire ancora. Da carezzare ancora. Spartiti nuovi a dare un sottofondo ai giorni, a ricordarmi che la mia voce ha cantato altro, ha avuto altro, darà e canterà ancora altro. Che la mia pelle è stata pentagramma bianco per qualcuno, stoffa da carezzare per qualcun altro. Che contavo i giorni che mi separavano da te, prima di ora.

Questo silenzio, che potrei vestire di quello che ancora ho da dire – di quello che ancora ho da dirti –, questo maledetto silenzio - vigliacco, vigliacco -, s’arrende, nudo, alla mancanza di fiato.

Fu – allora - come sentire una corda di violino che si spezza. E il suono accelerare per poi frenare bruscamente. Un respiro che arrancava ad ogni nota e la paura, la paura del silenzio. E il ritornello dei pensieri come un nastro seguire la sua logica, e accorgermi che non è cambiata mai; ascolto spezzoni, frasi spezzate, mi pare di intravedere le tue braccia aprirsi verso me. Il tempo di una nota, poi la quiete. Ancora.

E ancora freme, tra le corde vocali, freme e canta - suo malgrado nel silenzio -, quello che avrei voluto dirti:


“Ti odio perché non ti amo più,
perché non posso perdonarti
di non riuscire più ad amarti”
Patrizia Cavalli


[sette anni (fa)]