Stanco il respiro del vento, di non udire altri suoni che lamenti. Come se raccontasse, il vento, storie di tempi andati, mai completamente concluse, ancora nelle mani fredde del destino.
"Cos’è che vuoi?"
Che qualcuno fermi il vento e il suo brusio. Che chieda a me cos’è che m’ha portato qui, quale delle storie che il vento racconta è la mia.
Stanca la pioggia, stanco il vento, stanco pure il mio bisogno di dar un senso. Stanco il mattino, in questo inizio d’anno monco, che attende forza nelle gambe e fiato a sufficienza per iniziare la sua corsa. Tutto sembra fermo, cristallizzato dietro questo strato di nebbia – pure tenue, ma imponente -. Tutto è fermo ed io con l’atmosfera, maledetta gabbia senza sbarre. E’ stanca la pioggia, cede il suo tempo alla nebbia. Stanche le domande, immobili e distanti chilometri di retorica.
"Cos’è che vuoi?"
Che qualcuno mi prenda per mano, oggi. Che mi insegni la strada. Che non sia mai stanco. Che veda tra i nodi – in verità mai districati – dei miei capelli, l’illogicità della bellezza. Senza criterio, la bellezza. Perché il suo gioco è quello di illudere che esista, e che sia così struggente e così appassionata da render vano ogni tentativo di negarla. Che qualcuno veda, nel mio modo di parlare, nei miei gesti, nel mio tono di voce, la bellezza. Di un illudersi mai stanco, frettoloso e appassionato quanto basta a slegarmi dalle mie catene. Disilludersi avverrà poi, ché ogni cosa ha il tempo suo, come la pioggia.
Stanca è l’attesa. Questo voler mescolare l’intorno e il dentro, e farne sempre fotografia unica.
Sai cos'è che voglio?
Che tutte le mie cellule, ogni poro, ogni minuto angolo della mia pelle, si senta tuo. E che nulla, eccetto questa nebbia, sia esterno a noi.
