venerdì 9 gennaio 2026

Ma tu ci credi al destino?




 - Ma tu ci credi? -

- A cosa? -

- Tu ci credi al destino? -

Era di luglio. Sui sanpietrini della città vecchia, tra incanalature e solchi profondi, abbiamo scavato nei ricordi: io, piccola e avvolgente, ancora intatta, appassionata come le favole, morbida e incauta nelle mie rotondità; tu, incastonato nelle tue mura, inviolabile e violato, bello di una bellezza ardita, inconsueta, acuta. Le strade ci hanno portato più su, dove l'orizzonte inizia a mostrarsi e un po' si piega, quando la luce del sole, scendendo dal colle, sembra tagliarlo in due. Come il nostro tempo, pensavo. Simmetricamente fatto in due dall'assenza e dai chilometri, eppure complementare a sé stesso e quasi provvidenzialmente recidivo. 

- No. O almeno penso che il destino, da solo, non ce la faccia. Ma è bello giocare con te. - 

Era d'agosto: mi guardavi coi tuoi occhi furtivi, come volessi rubare al tempo un pezzo di me. C'era la pioggia, e quel sentore che ti avrei avuto un giorno mio. Ma un'altra ti toccava, e la mia pelle si mimetizzava, confondendosi con la sua.

- La smetti di dire che stiamo giocando? -

Era Dicembre: nei vicoli le luci di un Natale frettoloso si erano da poco accese, e lungo i viali della città nuova brindavamo ai giorni a venire e ai sogni dei nostri bambini ancora immaturi. Non parlare, io ho paura delle tue bugie dicesti. Ma io non ti mentivo, e non mento ora. Baci morbidi e voraci, e poi saluti fugaci. Tutto quello che so è scritto nei miei occhi - piccoli pusillanimi specchi al contrario - .

- Tu non stai giocando? - 

Era Gennaio e il destino, così lo chiamasti senza timore, ci fece incontrare tra balocchi e caramelle. Io no, non sto giocando, dicesti puntandomi il dito contro. Mostrai leggerezza, ma forse mi persi in un macigno di errori che saprei elencare a memoria: esserci, ancora e ancora; baciarti, di nuovo e più forte; toccarti, con le mani e col cuore; saziarti, anche solo con un bacio distratto: non dirtelo, scrivertelo, urlartelo, quando me lo chiedesti, che sì, io ci credo, ci credo davvero al destino.

martedì 14 ottobre 2025

Rêve (dai tuoi occhi ai miei anfratti)

 



Tornerai, vestito di diamanti e di tutto il tempo che hai rubato alle mie mani. Tornerai di nuovo, e con un calice di vino tenderai il tuo braccio verso il mio: guarda che ci sono, dirai con quei tuoi occhi furtivi. Io soffrirò l'impotenza, e poi sorriderò intimidita dalla tua mano che avvolge il bicchiere come farebbe con il mio corpo. (Come quando nascondiamo le mani, e sotto al tavolo le mie si intrecciano accanite, nervose, affamate. Ti voglio e vai via, mi vuoi ed io non torno. Le gambe si accavallano, i respiri all'unisono accelerano. Vedo il tuo viso contorcersi di nascosto, e le tue labbra socchiudersi appena incrociano le mie). Tornerai, con gli occhi bagnati e il cuore pure, con la fronte liquida di desiderio e le mani tremanti di passione: ti guarderò, mentre con il dito segnerai il mio profilo, morderò il polpastrello, poi con la coda dell'occhio ti indicherò la strada giusta per sbagliare. Saremo noi, eppure fuori di noi. Io e te sopravvissuti al ventennio, vittime dei nostri istinti, fiere ribelli in una classe di stracci. Eppure tornerai, in una notte di queste, sorpreso a godere di un vecchio retaggio: ti annuserò il collo, scivolerò piano sul petto, scenderò lenta e risalirò appena: il tuo sapore lo ricordo appena, il tuo profumo resta ancora tra le dita. Le mie labbra saranno rosse e i tuoi desideri pieni: mi prenderai i capelli col pugno chiuso, come a mantenere forte il nostro segreto. Non avrai fretta ma non saprai rallentare. Io ti dirò tutto quello che per mesi ho taciuto, muovendo appena lo sguardo dai tuoi occhi ai miei anfratti. Sì, tornerai, ed io aprirò la porta sorridendo al destino: che strano sarà averti, soltanto per un giorno. Che strano sarà goderti, soltanto in sogno.

giovedì 18 settembre 2025

Climax (che strano)




Di questo groviglio, che arrotoli e srotoli a ritmo incessante, non resta che un climax arbitrario di parole che taccio e nascondo e poi mi riprometto:

eppure - sebbene - malgrado - eccetto - nonostante - comunque

E di questo groviglio, inclinato di trenta gradi sulla soglia del dubbio, io mi vergogno. Prometto - a me stessa - di notte, di averne cura e rispetto:

domani - tra poco - in questi giorni - prima o poi - tornerai

Non so dirlo e invece so tutto a memoria - di che colore hai gli occhi, da che parte guarda il tuo imbarazzo, quanto sei bello e pure come piangi, lontano dai suoi sguardi -.

momento - istante - canzone - passione - impedimento - criterio

E di questo groviglio, dicevo, l'eco la sento come un magone. Tagli di netto la gola, mi blocchi il respiro, ma sento il tuo odore, nella curva del collo che sterza sul cuore. Che strano, saperti e non dirti, e poi perderti senza nemmeno mai averti.

E' finita - ho capito - delusa - poi illusa - la sedia - una birra - vai piano -  che strano - ti amo.


giovedì 10 aprile 2025

Diaframma




- Buongiorno!

e le direzioni si dividono come forbici, a tagliare di netto quel che è stato e non è più.

Ma io ti conosco, nelle strade desuete che ti segnano il volto (cicatrici vivide, sebbene ormai antiche), io ti conosco negli occhi di ghiaccio che ora sembrano averti. Ma io ti conosco, annebbiato dai fumi dell'alcool e dei tuoi pensieri, piccoli scriccioli indifesi e indefessi, che lottano col senso di colpa e l'angoscia irrimediabile del non più. Io, sì, ti riconosco - i tuoi passi sicuri quanto i miei, le tue braccia aperte verso il mondo e poi il tuono della tua voce quando si appoggia piano sul tuo e sul mio costato - , ti sento, di nuovo e ancora, e ti risento farti pentagramma, poi strumento, di una sinfonia che io intono a malapena. Diaframma, di petto, poi a voce piena.

Hai gli occhi appassionati, così mi avvicinasti due vite fa, e furono baci di passione e parole di cartapesta. Bugie, pensavo, anche le mie. Poi una sigaretta si fece in due per conoscerci, e dentro il fumo riuscivo a scorgerti limpido: tu scrigno di desideri tremanti, io leggera e ancora paziente, già disegnavo con le parole i miei languori sul foglio. Gli anni hanno cambiato i nostri accenti e i nostri nomignoli, combinato lettere a caso e inventato declinazioni che neanche avremmo mai immaginato, le casse hanno forse cambiato il suono, e nelle mani altro tatto e altri odori. Eppure ti riconosco, ancora e di nuovo, e ti riconosco minuto e possente, e ancora in me farti segreto, e poi di nuovo grido, e poi ancora piccolo minuscolo segreto.

Sei qui, dicesti quel giorno, malcelando lo stupore di vedermi cambiata, nel corpo e negli occhi, prima ancora che distante, dalle tue rughe e dai miei sorrisi aperti di un tempo. Sono qui, pensai, e sorridendoti ti concepii intatto, nuovo e uguale a quel che eri. 

- Come stai? Sei diventata mamma, che mamma sei? 

- Come stai? Sei diventato papà, che papà sei? 

Anni come miraggi e un solo soffio di vento a concederci tregua. 

- Hai smesso di fumare? 

- Ormai da anni. 

- Sei sempre bella. 

Anche tu lo sei, ma mi taccio. 

- Hai ancora gli occhi appassionati, proprio come quando ti ho conosciuta.

Diaframma, di petto, poi a voce piena:

- Anche tu.

- Hai tagliato i capelli?

Un taglio di netto, a cancellare quel che è stato e non è più. 

Ti sorrido e annuisco, in fondo hai ragione tu.

giovedì 28 marzo 2024

Lettera a me (di una sera qualunque, parole a caso)




Ti ricordo volteggiare leggera tra i giorni, accarezzare le parole - farci l'amore, fintanto che ce n'è -, baciarle sul finale, proteggere la fine d'ogni cosa, ed ambire sempre ad un nuovo inizio. Ti ricordo, me che sei stata e che torni, qualche volta, in una canzone o in una poesia. Ti accarezzo e un sussulto - pare di gioia, nostalgia, irrequietezza - cresce nel petto e somiglia all'entusiasmo di un nuovo progetto. Tu che sei stata me ed io che non so ricordarti se non attraverso gli occhi di mio figlio - che pure ti ricordano appena, malgrado tu sia ancora qui - . Io ti cerco, nelle pagine piene dei vecchi giorni e in quelle vuote di oggi. Ti proteggo - lo giuro - e ti aspetto, ovunque tu sia, che ritorni. Piccola libera donna appassionata e solitaria, io son qui che ti cerco - con gli occhi le mani la bocca, la bocca - e provo a ridire quella che eri, provo a guardare ancora il mondo coi tuoi occhi leggeri - proprio non riesco, eppure ho negli occhi una fotografia -. Che io ti somigli, è quello che spero. Che io possa ri-esserti o esserti e basta, e fingere che il tempo non sia andato via, che io sia ancora pronta ad accogliere ciò che sarà, e se lo sarà. Tu che sai di un passato che è quello mio, tu che non mi somigli e sei identica a me, tu che sai delle cose più vere che abbia mai conosciuto, tu che hai scritto chilometri di parole ed ora hai gettato l'inchiostro. Tu che sei la me più vera, ti prego, non andare via. Tu che sai di poesia.

martedì 4 maggio 2021

Antonia



L'ho inciso nel cuore, quel giorno, e negli occhi come una fotografia. Ricordare - lessi - v. tr. [lat. recŏrdari, der., col pref. re- [...],  e con una mano ressi la testa che tentava. invano, di scivolare sul tavolo esausta. Non vi era riposo per i miei occhi già stanchi - polline e amore, quali armi peggiori -, non c'erano fiori sul tavolo, né dolci, né il tè che tanto amavi. C'erano foglie di ulivo, le prendesti con cura e le posasti piano sul bordo, poi iniziasti a cantare - re-cordo, re-cordi - una musica nuova anche a te stessa. Stringevi i pugni e li nascondevi, come a mantenere forte un segreto. Leggevo i tuoi occhi, leggevi i miei sguardi, piccola dolce donna d'argento. - Dovrei proprio andare - dissi sottovoce per non disturbare. Guardasti guardinga, con sospetto e indecisione. Toccai la tua mano con la mia, poi senza parlarti andai via e lasciai un bacio poggiarsi sulla tua fronte. Piccola mia, mia vecchia signora, fai che i miei giorni sian pieni di te, prima d'ora. Donna d'argento, mia musa e guerriera, fai che il domani si ricordi di te. La mia memoria ti ha perduta, pensavo stanotte: non ricordo i tuoi gesti, non più la tua voce, né mani, né gote. Però ricordo bene il tuo odore, donna d'argento, abbraccio di latte, mia carezza per sempre. E infatti, dicevo, lessi:

Ricordare, v. tr. [lat. recŏrdari, der., col pref. re- di cor cordis «cuore», perché il cuore era ritenuto la sede della memoria]

Ecco, nonna, a ricordarti d'argento è il mio cuore.


                                                                                                                                    A nonna Antonia

giovedì 29 aprile 2021

Grafite








Era un profumo, lo scrivesti anche tu. Era un profumo e niente di più.
Cieca di occhi, io vedo di tatto. Insonne d'amore, distratta vergine savia, curo ferite di latte, poi mastico nenie, infine cullo le ore sul finire del giorno. Dove sei - mi domando - minuto ultimo del mio dì, dove sei - mi domando - sapore di miele e cannella, dove sei - ancora mi chiedo stanotte -  mio languido bacio/ carezza carnale. Tu piangi, io bevo dai tuoi occhi straziati, ti leggo lacrima di segni, mi spiego sapore di sale. Sorda ai tuoi suoni, io sono cristallo che cade. Mi senti, sul pavimento e nei fianchi, mi senti, ti sento, mi senti cadere. Soffochi il pensiero, lo vedo stavolta. Ricordi la forma, tracci nuda la mia gamba distesa sul foglio. Grafite ancestrale. Tratto infuocato. Muta di parole, io parlo di odori. Fragranze di mare - poi, vedi, salsedine e sabbia - e ancora non so ritrovarti e cercare. Nella mappa dei giorni, sbaglio strada e temporeggio. Son io quel ruscello, vivido e forte, son io la tua acqua - tu bevi, io ingoio - la tua colpa, il tuo affluente segreto, sei tu il mio segreto. Cieca di occhi, io vedo parole. Sorda di voci, io sento vibrare. Muta di suoni, io parlo di tatto. Tu ridi, io mordo i pensieri. Ti assaporo canzone, poi - vedi? - mi annusi, è un'altra passione. Cieca, poi sorda, ora muta, poi cieca, ora sorda, e muta di te. Solo di olfatto è il ricordo, lo dicevi anche tu. Vedi? Era un profumo e niente di più.



venerdì 23 aprile 2021

Donna di prima







(Sono queste le notti in cui leggo Alice attraverso lo specchio e non so guardarci dentro. Mastico e ingoio, mai sazia, tutti i desideri. Li sento nel petto, poi ancora nel cuore, fanno tremare la mia passione).

Guardo lo specchio. C'era una volta e sì, c'è ancora adesso, una giovane donna - mio dio, c'è ancora - una giovane donna color della pesca, labbra rosso corallo, penna sottile e affilata, intensa poi appassionata, una giovane donna di carne e incoscienza, una promettente poetessa mancata. Guardo lo specchio, ci vedo un riflesso, son io nello specchio? Segni sul volto del tempo trascorso, il seno rotondo, gli occhiali sul volto, lo sguardo addolcito, sono (davvero?) similitudine di me stessa e di altre: son stata di latte, poi pianto, ora solo riflesso. Mi guardo allo specchio e non taccio, recito a memoria tutti i nomi che ho incontrato come un appello a guardarmi: nuda, stavolta, e vestita di rosso. Nuda, stavolta, svestita di ogni menzogna. Nuda e sincera, come mai prima d'ora. Perché c'era una volta e c'è ancora adesso una donna di tatto, di pelle, di odori, una donna di prima finalmente cresciuta. Morbida ed elastica, a districarsi per anni tra i tranelli del cuore. Tenace, appassionata, ostinata. C'era una volta e c'è ancora adesso una giovane donna color della pesca, labbra color corallo, penna sottile e affilata e il suo specchio incantato.


                                                                                                                                            Antonella

giovedì 7 novembre 2019

Le parole sono vive - ho perso l'inchiostro -




Non so più scrivere. Mastico appena due pagine di altri prima che il sonno mi risucchi. Dimentico l'alfabeto - eppure dovrò insegnartelo, mi dico. Sconosciuti tutti i grafemi, figure retoriche neanche a parlarne, ho perso l'inchiostro, ho perso il momento, è tutto fermo dentro. Non c'è penna, foglio, pergamena che tenga, non c'è minuto libero che possa spiegarti, che possa spiegarmi, che possa raccontarci.

Non so più scrivere, le lettere cadono dalle mie dita come anelli troppo grandi, i suoni, quelli li ho confusi già da tempo coi tuoi pianti. Non so scrivere e non so quando, allungherò il giorno in cerca di una notte buona per farlo. Ti addormenterò col mio taccuino in mano, e tu puntualmente lo strapperai. Ti insegnerò che la penna è un pensiero, un concetto, una possibilità. Proverò a raccontarti che le parole sono vive, respirano, si nutrono, nutrono, possono morire e far morire. Ti insegnerò che le parole possono tutto. Che scrivere è libertà e la libertà è ciò che non dovrai mai imparare. Tu sei libero. 

Non so più scrivere e forse è perché dovrai imparare a farlo tu, come una staffetta di parole che io ho perduto ma tu non si sa mai. Non so più scrivere e non c'è rammarico, so che hai in consegna le mie parole e le declinerai col tuo linguaggio. So che avrai tempo per restituirmele intatte e allo stesso tempo con un senso tutto nuovo, so che le amerai, so che lo farai.

Non so più scrivere e il filo del discorso l'ho perso già da un po', in queste stanze odor del latte, in queste notti da cullare, il mio tempo mi ha resa analfabeta e piena di te
eppure
ti amerò con tutto l'amore che posso,
eppure
ti scriverò, figlio mio, tutte le lettere che posso.


giovedì 17 ottobre 2019

Donna di cuori - bozze ritrovate di tanto, tanto tempo fa -

Lume di candela, tutto per tutto, la buona sorte che inganna. Doveva essere quello il tempo dei giochi leali, delle armi pari, della fortuna a metà. Perché chi gioca non vuol sempre vincere, e chi vince, sai, spesso non aveva intenzione di giocare. Come un tavolo da poker il nostro tempo, a scommettere su una sola carta: donna di cuori calasti, donna di cuori guardasti. Ma quadri e picche furono i fortunati, e dei fiori non fu che un profondo desiderio. La candela, ahinoi, illuminò per poco, e la cera - ricordi? - si consumò veloce. Fu poco il tempo per vederci chiaro, troppe le strategie da seguire, poche le carte da giocare.
La parola "meraviglia" usasti per descrivermi, le nostre mosse si persero in un bacio, carte e denari gettati per l'aria. L'ansia di noi violenta e improvvisa - cercasti il mio senso, cercasti i miei occhi. "Li vorrei per tutta la notte" dicesti, mentre la partita continuava. Le mie gambe accavallate e quella sigaretta che non fumo più da anni, l'aria di chi sa già che vincerà l'ultima mano : "tanto vinco io", decisamente dissi. E vinsi, io che non volevo proprio giocare: poker d'assi e carte scoperte. Io, la "tua" donna di cuori, con il jackpot in mano, quadri e picche nel mazzo e neanche un fiore ricevuto in dono.


sabato 15 settembre 2018

Settembre nel ventre








L'odore di Settembre si insinua nella serratura, come una chiave che aprirà chissà quali mondi, quali eventi, quali sorprese. L'odore di Settembre è nel ventre del giorno, quando il tramonto è in anticipo e la notte - la notte - si prende più di quel che può. Settembre era il primo giorno di scuola, i pianti strozzati, il pulmino giallo che era sempre più puntuale di me. Erano i calzini a strisce dello stesso colore della maglietta, la merendina nello zaino che sarebbe sparita molto prima della ricreazione, le vocali appese al muro, proprio sopra la lavagna, ognuna con un'immagine ad accompagnarla, ognuna a dar le iniziali ancora oggi. E così - molti anni dopo - l'odore di Settembre era il mio rientro a Roma, dopo un'estate a ridere nella mia terra, dopo un'estate a farmi bella. Suoni di clacson e odore di pizza al taglio, urla stridule al primo goal della Roma, il caos dei miei giorni nel caos dei suoi anfratti. Roma a Settembre, gli incontri, le corse, i momenti, i tormenti. 

Settembre che mente, se all'inizio non si fida di te. Settembre, promessa di un nuovo inizio che non smette mai di iniziare. Settembre era quella carezza perduta nel caldo di Agosto, quel bacio non dato, quell'addio sussurrato. Settembre era l'abbraccio ancora caldo di un tempo che sarebbe presto cambiato, erano i mille progetti sul futuro, era l'immagine di un amore ancora sconosciuto, era l'idea di avere poi un figlio.



Ora Settembre è nel mio ventre. Ora profuma, amore mio, solo di te. Ora Settembre, piccolo mio, non aspetta che te.  





lunedì 10 settembre 2018

Tu (lettere a mano)





E chissà se ti piacerà il tuo nome, chissà se ti piacerà il colore di queste pareti, il profumo della primavera o forse no, no, tu preferirai l'inverno. Chissà quante domande mi farai, io che non sono mai stata brava a rispondere alle mie. Se avrai occhi profondi, o sarai schivo anche nello sguardo. Se colorerai davvero questa vita, tu che già brilli di una luce sconosciuta. Mi vivi dentro e da dentro io ti sento, germoglio di sangue e sentimento, anima bella che io so senza sapere. Chissà quale sarà la musica che ti farà addormentare e quali le braccia più calde nelle quali sonnecchiare, tu che mi somigli senza sapere in quale tratto, tu che ancora non sei tu, tu che non sei nemmeno un pronome personale. Se riuscirò nel tempo a dirti che ancor prima di abbracciarti mi hai cambiata, attraversata, nutrita e consolata. Se riusciremo mai, nel tempo, a renderti felice. E chissà poi se ti piacerà il tuo nome, se capirai le scelte che abbiamo fatto senza mai rinunciare, tu che sei il frutto più spontaneo di un amore nato per amore solo. Chissà se questo balcone ti offrirà la giusta prospettiva, se correrai verso il mare o, come noi, preferirai la montagna. Chissà per cosa riderai e cosa invece detesterai. Se sarai buono e in gamba come tuo padre e se, di lui, amerai le stesse cose che io amo alla follia. Se gli somiglierai. Chissà, piccolo mio, chissà.

martedì 31 ottobre 2017

A me basti tu







La disposizione dei mobili provoca dubbi. Il colore delle pareti, talvolta, risponde da sé. Lunghe lettere del nostro tempo da amanti nascoste nell'ultimo cassetto del tuo mobiletto preferito. I nostri regali disposti con cura lungo le cornici di questo nido d'amore. Congetturammo - sembra ieri - una porta di legno e un camino acceso, ipotizzammo - oggi stesso, quasi poche ore fa - un letto morbido e un grande giardino. Ci illudemmo - la pensavo illusione, speranza, vana bramosia - di tornare ogni sera al caldo della nostra casa, in una campagna assolata, lontana dal caos della mia vecchia città.

- La troveremo, lo so, esattamente come l'avevamo sognata - i sogni, mi dicevo, son pur sempre sogni.
- Dormiremo ogni notte abbracciati - il sonno, pensavo, allontanerà le nostre mani.
- Ogni cena sarà una cena a lume di candela, e ogni pranzo un ristoro per l'anima - cibo come consolazione e il tempo che segna le labbra, riflettevo esausta.
- E ti regalerò il sole, ogni sera, e la luce calda del tramonto. - Casa con vista solo nei film, amore mio, a me basti tu.

Per esempio le lenzuola, il loro odore che diventa il tuo, le mie cose disposte secondo il tuo criterio di ordine, i miei risvegli col caffè sulla federa. L'amore che c'è in ogni tuo gesto - quando con la tua mano mi saluti da lontano appena rientrato a casa, quando se è ora di andare vuoi abbracciarmi ancora, per l'ennesima volta, rischiando ritardi improbabili, quando cammini, in questo nostro piccolo angolo caldo, e a me sembri un premio di dio, a volte immeritato, a volte contrappasso onesto. Quando ti scopri per darmi la tua coperta, quando mi cedi l'ultimo pezzo di cioccolato, quando non vuoi lasciarmi sola, quando mi accarezzi con lo sguardo. Tutte le notti abbracciati che effettivamente son state e saranno, le cene a lume di candela, il nostro nido d'amore che sembra esser stato disegnato per noi. 

Persino quel regalo speciale, al di là della finestra, quand'è sera e il resto s'addormenta:









domenica 30 aprile 2017

Il cielo è lo stesso







- Prega che torni il sole - (e dentro, a rimbombare, un'unica domanda: cos'è che cerchi, cos'è quello che vuoi?)

Si voltò, mani nelle tasche, e si diresse verso la porta. Oltre quelle mura, un odore di autunno si insinuava nelle fessure, nelle serrature. Partì con un biglietto stretto tra le mani (bianco come il suo sogno di bambino, sintetico e preciso come il tempo da adulto), una valigia colorata, un borsone appena riempito. Partì. Andò, viaggiò controcorrente, approdò in una terra assolata la cui esistenza era fino a quel momento solo immaginata. Scattò fotografie da regalarle al suo risveglio, visse giorni frenetici per donarglieli al ritorno. Sedicimila chilometri di sentimento - limpido ma audace, libero ma vigliacco - dispersi in un volo pindarico, e dissolti, soprattutto, in uno squillo del telefono:

- Sono io, come stai? - e un sorriso d'istinto a dirle il suo cuore.
- Sto bene - le bugie, talvolta, aiutano a esserci.
- Mi manchi - diceva - manchi anche a me -  rispondeva. Il tempo da adulti, pensava, così sintetico e preciso. Pregava ancora che tornasse il sole.
- Sono sempre con te - che strane, le parole, che significando si contraddicono.
- Anch'io, in fondo il cielo è lo stesso -.

(e dentro, a rimbombare, un'unica domanda: cos'è che cerchi, cos'è quello che vuoi?)
Si era voltato, un giorno o l'altro, senza tornare mai indietro. Era andato via, stavolta davvero, senza esser mai scappato via. Partì così come era deciso (decidere o meno è solo un compromesso, non v'è carattere nella risolutezza, v'è così tanto ardore nel dubbio). In tasca le solite chiavi, sul volto un'espressione asettica. Partì. Viaggiò in un giorno di sole qualunque, a guardare dal finestrino la terra di lei e lei stessa farsi così piccola: un puntino minuscolo, solo due gambe, una faccia, un paio di braccia, un cuore, solo un piccolo cuore. Sedicimila chilometri di sentimento, in quel tempo da adulto così sintetico e preciso. E dentro, a rimbombare, sempre la stessa, maledetta domanda.

- Passerà in fretta, questo tempo - illusi, il tempo dura sempre lo stesso tempo.
- Non vedo l'ora - illudiamoci pure, è tutto quello che ora resta.
- Ti aspetto -
- Ti voglio -
- Prometto -
- Lo giuro -
- Mai una bugia -
- Sarò sempre con te -
- Ancora -
- Di più -
- Io ti amo - - ti amo anch'io -

E finalmente, quella domanda:  - cos'è quello che davvero vuoi? (credersi immortali è un'eresia, sapersi finiti è ciò che realizza i desideri) e dunque cos'è che ti aspetti da me, da noi, dal nostro domani? -  E sì, son strane le parole, ché significando si contraddicono. Le immagini un po' meno, le immagini, talvolta, rispondono davvero:






Ma sì, il cielo in fondo sarà sempre lo stesso.

martedì 28 febbraio 2017

Sorridevo sebbene (la promessa)





(- Me lo prometti?  Promettimi che mi aspetterai. Promettimi che al mio ritorno ci sarai. -)


Perché quando tornerai gli occhi saranno lucidi, e le mani - le mani - improvviseranno timore. Quando tornerai dimenticherò d'un tratto le stagioni passate e, d'un tratto, quasi come a mentire, ti toccherò come se non lo avessi mai fatto. Il tempo, ti dissi una volta, è sempre un nemico. Il tempo, amore mio, è lama e fucile e coltello pulito.

Quando andasti via c'era un sole tiepido, l'estate chiudeva il sipario con quel mantello di nuvole tipico di Settembre. L'intorno, niente più che un suono ovattato che somigliava a quello della distanza: eppure non c'era, ancora; eppure tu c'eri, allora.

-Tornerò - dicesti - io, sai, tornerò - 

Quando tornerai saranno ore di piacere, occhi incantati a dirsi che c'è ancora tutto da fare - eppure il cuore palpiterà di indecisione, poi di gioia, poi di un po' di dolore -. Il tempo, amore, punta il mirino proprio a sinistra.

Ti penso ogni momento, ogni momento, ogni momento -

Quando andasti via c'erano occasioni nuove da scartare, e la fretta di andare, e il coraggio, il bisogno , la forza di andare comunque. Sorridevo sebbene. Gioivo nonostante. Di un amore trovato, del suo dispiegarsi dentro me come nenia sobria e armoniosa. Tu questo sei stato: una carezza - percepirla davvero - sulla superficie del cuore.

Non poterti toccare è il mio unico e più grande tormento - 

Quando tornerai, amore mio, io scaccerò ogni lamento. Quando tornerai, carezza mia, sarò io, lo prometto, la tua carezza sul cuore,  Sarà passato un solo attimo da quel giorno di Settembre, così che "quando te ne andasti" coinciderà con "quando tornerai".

E il tempo, amore mio, non sarà niente più che l'ennesimo nemico sconfitto.


(- Io sì, te lo prometto -)




mercoledì 4 gennaio 2017

Enallage (sembrano autunno)





Io non riesco a parlare. Mastico a stento nenie per il mio sonno bambino, soffoco di risvegli senza baci, navigo in oceani di rimpianto. Pianto. Piango. Piangi. Mille foglie cadute dal nostro ramo, mille lemmi dei quali non conosco alcun significato, figli di una radice più profonda, figli di un solo lungo inverno. E non riesco a parlare, malgrado il mio fiato, la mia saliva, le mie corde vocali. Afona di istinti, sorda di carezze, io te la tua mano toccarmi i capelli. Sei sono siamo, eppure fummo saremo. Niente più che crisalidi in preda alle stagioni / niente più che albe stropicciate intraviste dal cuscino. Crescemmo - in un solo minuto - sapemmo - cogliere un profumo, uno sguardo, un ardore. Potremo - far volare questi cuori - vorremo -  rendere grazie a questo immenso tetto celeste -. Io non riesco a parlare - come si possa, appena innamorati, volgere al meglio i tempi verbali, come si possa, così imbambolati, dare conseguenza alla causa e giustificazione all'azione -. Terra selciato il letto del fiume. Io le tue gambe passione. Grondano meraviglia le tue gote purpuree - di quello che vedemmo, di quello che noi solo vedremo -, sembrano autunno - ancora, stavolta, ancora una volta -. Mille parole cadute dal nostro albero ancora in fiorire / ancora in divenire. Io no, non riesco a parlare. Tu non puoi ascoltare. E allora pianto. piango. piangi. E allora raccontami del fumo la notte sul letto il lenzuolo pachouli dicevi, non senti? Il grido il piacere godere di tatto saperti canzone pozione intelletto. Vederti lungo i miei fianchi impartire lezioni - fa diesis, chiave di violino, pause in ogni dove - saperti sulle mie gambe cercare la strada, scoprirti poi bacio presenza emozione. Vaniglia caffé per te amaro gira la chiave la stanza è vicina. Io non riesco a parlare, aiuto, aiuto, non riesco più a stare. Vittima di un'afonia assoluta, modello umori, grafie, punteggiature e grassetto, me la cavo, lo ammetto. 

Ma a parlare, ora no, proprio non riesco.


(Avanguardia spicciola, e quel che resta del passato).

martedì 13 dicembre 2016

La tua camicia blu (il mondo da quaggiù)






A cinque anni, sulla porta di casa, un signore altissimo mi prese in braccio e mi fece guardare il mondo da lassù. Che sorpresa - pensai - il mondo da quassù. Mi misi comoda, con quei piccoli glutei di latte sul colletto della sua camicia a quadretti blu. Mi misi comoda e sospirai come nel finale della mia personale fiaba d'autore. Che sole, pensavo, il solito sole. Quanto vento quassù, quanto vento. Che piccoli, quei fiori che ho spezzato con fatica ieri per mia madre. Lontana la porta di casa, e le chiavi, piccoli giocattoli a disposizione di chiunque, io che di giorno le guardo dal basso verso l'alto come miraggi. Ho desiderato, da quel momento in poi, braccia così grandi, aste di legno che mi accompagnassero, sostenessero, spingessero lungo il mio cammino. Ho desiderato quella mano sollevarmi da terra, aprirmi la porta, aiutarmi davvero a camminare, a non farmi perdere l'ultimo treno, ad aiutarmi con le mille valigie che negli anni ho riempito. L'ho desiderata tenermi la mano, giocarmi affronti a casaccio, puntare sui miei anni venturi. L'ho desiderata esserci, senz'altro, quando il mio corpo, per la prima volta, ha ceduto. 
Ma a dieci anni, sulla porta di casa, mio padre mi ha tirato un ceffone. Ho pianto, quel giorno, non per il dolore di un ceffone mal recitato, ho pianto per averlo deluso. Ma ho desiderato per anni lo stesso ceffone: sentirmi autorizzata a sbagliare, per poi farmi punire; togliermi i vizi sbagliati, per imparare quelli giusti. Dibattere per ore sulle fotografie migliori, il libro più bello di sempre, la moto che avrei acquistato per lui. Ho desiderato, senza confessarmelo mai, gli occhi grandi di mio padre indicarmi la strada. Sei sicuro, papà, che è così che ce la farò? Cosa ne pensi, papà, della mia scelta? Cosa faresti, papà, se fossi qui vicino a me? E cosa faresti, soprattutto, se tu fossi me? 
A quindici anni, sulla porta di casa, ho udito urla e pianti strozzati, la vita che inganna, deturpa, abbandona. I sogni farsi minuscoli come i fiori che da piccola regalavo a mia madre. La porta aperta, spalancata, ad indicare ancora la strada sbagliata. Ho visto cosa sarebbe stato di me, l'ho intuito, quando ho compreso che da quel giorno avrei deciso da me. Ci avrei almeno provato, papà, a non deluderti più. Ci ho provato, a non sbagliare, a mettermi nelle condizioni di diventare quello che volevo diventare. Ci ho provato, ci provo, papà. 


Ma tu almeno provaci, dimmi, con il tuo garbo e la tua camicia blu, com'è questo mio mondo, da lassù?



(Scrivo senza sapere di cosa scriverò, oggi dal mio inchiostro sei rinato tu, 
come epifania di luce dopo il buio pesto. Mi scuso anche, e già mi perdono.)

giovedì 1 dicembre 2016

Verticale (deliri dell'inconscio)







Verticalizzare l'onda del tuo mare, come fune improvvisata tra il cielo e la terra. Verticalizzarne l'andatura, il movimento, persino il suono. Avere la costanza di attraversare onde magnetiche e non. Variazioni diatopiche che mi sconcertano, mi mettono alla prova, esaltano il mio linguaggio. Potessi codificarlo, quello della distanza, e farne alfabeto basilare e milioni di declinazioni possibili. Potesse la mia attitudine essere il coraggio, piuttosto che grafie monche di letture. Potessero le mie mani svelarti questo cuore, potesse questo vento arrivare fino a lì. Potessi scriverti lettere lunghe un giorno intero, ed abbracciarti al ritorno a casa dopo ore di rincorse. Potessero i miei occhi raccontarti che non c'è posto dove andare, diverso da questa sedia, queste strade, questa città. Potesse la mia mente bambina spiegarti quanto è dura da mandare giù l'impossibilità di fare. Potessi davvero concedermi ad ogni tipo di espressione, potessi dirti, del mio sentire, la ragione. 

Verticalizzare il timore, farne nutrimento per questo cuore esausto, deglutirlo, ingoiarlo, farne risorsa e bagaglio. Sbalzi di temperatura che il mio corpo non tollera, estati capovolte che hanno il sapore della lontananza. Confondo la mancanza col capriccio, confondo l'amore col desiderio inappagato. E allora devo verticalizzare l'idea di te, ché astrarla, sai, non m'è riuscito mai.

Verticalizzare il nostro sentimento, come a dire che non c'è distanza da attraversare, oceani da percorrere, sguardi da evitare. Verticalizzare questo tremore del cuore - sentirlo intatto, nella carne, rimbalzare come una molla matta tra il cuore e la pancia e poi ancora tra il cuore e la pancia - . Ruotare di novanta gradi questa linea della vita, modificarne il percorso, accorciarne i tempi. E intanto andare sempre dritto, sempre dritto, ché in fondo, spero, c'è una notte d'amore da gustare. Fosse anche solo quella, fosse anche solo un bacio, fosse una carezza, uno sguardo, un gesto inconscio. Fossi tu qui con la tua pelle, fosse la tua voce senza nessun filtro. 

Fossero davvero giorni di cura, 

fosse davvero un viaggio senza nessuna paura.



(di tutte le cose che avrei da dire,
 e di tutte le paure che serbo dentro di me)

martedì 20 settembre 2016

Soffi di ostro (oltre l'inchiostro)






Venti del sud ripropongono eco lontane. Il mio corpo tace - le mie mani, ahimé, vorrebbero urlare, impazzire di tatto, goderne le forme, ricadere poi esauste nel sonno -. La mia mente sottovoce balbetta - la paura è silenzio, l'ardore è un urlo strozzato - di storie da dirci e sguardi ammiccanti da regalarci. (Caddi in uno sguardo, mi rialzai nel suo sorriso. Ebbi la costanza di esserci, ovunque e comunque, e di esserci forte). Cartine geografiche e valigie piene, poi il retaggio di una frase:

"Tornerò." - "Ei - diceva, sollevandomi il mento e lo sguardo da terra - io tornerò".
Il giorno si componeva come un puzzle: incastri perfetti, altri mai indovinati, facevano di uno mille piccoli giorni. Ci avrebbero separato, da quel momento in poi, milioni di attimi. Piccoli infinitesimali frammenti di giorno, a comporre il puzzle del suo ritorno. Piccoli soffi di ostro, ponente, levante, bussole storpie di strade sconosciute. 

La mia voce trema - potesse scoprirsi, in questo vuoto di suono cosmico, potesse non celarsi -, e il mio petto, sai, non si rivela. Venti del sud bruciano le distanze - l'illusione che in un solo alito vi sia un po' del suo odore, la parvenza di un suo respiro, la sensazione monca di una carezza sul viso -. Che un bacio valga più di un tuffo oltreoceano, che la vera lezione di vita non sia il viaggio ma il ritorno? Mastico parole e me ne vergogno, poggio la penna sul foglio e mi intimidisco. (Sei oltre l'inchiostro, una porzione di cuore che non si spiega, che non si dispiega, che non si indaga e che non è mai paga). Biglietti aerei e fusorari improbabili, poi la tua voce a dare un senso alle attese:

"Se tu mi chiedessi di tornare - diceva, schiarendosi la voce -, io, sai, tornerei"
Il giorno si sgretolava come un puzzle: incastri distrutti, altri mai indovinati, facevano di mille un solo giorno. Ho smesso di attendere, improvvisamente, nel pieno della mia impazienza peggiore. Ho smesso di attendere, sai, e di tremare. 
"No, io non te lo chiederei. Parti, ricerca, assaggia, sperimenta, tocca ogni sponda, godi di luce, ridi forte, piangi di gusto e poi, da me, ritorna".



"Bene, vediamo un po' come fiorisci,
come ti apri, di che colore hai i petali,
quanti pistilli hai, che trucchi usi,
per spargere il tuo polline e ripeterti,
se hai fioritura languida o violenta,
che portamento prendi, dove inclini,
se nel morire infradici o insecchisci,
avanti su, io guardo, tu fiorisci."
Patrizia Cavalli